Spread the love

Questa è una storia che devo a me stesso. A me che venti anni fa ero un coglione che probabilmente si impuntava già sui perché. Quasi mai bene, non ci riesco neppure ora che di anni ne ho qualcuno di più. Ma credo che per quella generazione che si riuniva nei cortei e nelle piazze, fosse davvero importante cercare di cambiare il mondo. Stare in piazza, stretti tutti assieme, magari nei modi sbagliati, con idee confuse o male articolate. Ma intuiva una direzione. C’era il mondo delle grandi marche, del capitalismo, del business. E c’erano gli esseri umani che si rifiutavano di funzionare da ingranaggi, che cercavano di trovare un modo per fare il giusto senza fare il troppo.  

Che cercavano un modo per contare da esseri umani e non da PIL.  

Per me, che vent’anni fa Genova la vidi solo per prendere il traghetto per la Sardegna, le rivolte in piazza erano il sintomo di qualcosa che non sapevo identificare. Oggi mi verrebbe in mente il maestro Battiato. Le barricate in piazza le fai per conto della borghesia che trova nuovi miti di progresso.  

All’epoca la rivolta poteva essere una scelta, una disobbedienza civile per provare a modificare un mondo che sembrava seguisse un tragitto prefissato su binari ben statici.  

In questi anni di internet e leoni da tastiera, me la sono presa anche troppo stupidamente con chi mi accusava di avere idee fuori tempo massimo. Di non capire che il capitalismo, che il liberismo sfrenato è il solo modo di fare prosperare. Prima noi, ovvio. Poi loro, gli altri, quelli che restano fuori, che vengono discriminati. Che forse domani saranno troppo forti e finalmente discrimineranno pure noi. 

No. Non lo so. Non so se questa è una vita per me. Io continuo a credere nella condivisione delle idee e della tecnologia. Sono convinto che non serve a nulla stare bene se a mille chilometri di distanza, per una pura questione di lotteria genetica, qualcuno affoga nel mediterraneo e qualcun altro viene bombardato in una pietraia tra le montagne di un paese che nessuno riconosce.  

Malgrado tutti questi anni, e tutti questi perché che si sono affollati nella mia testa continuo ad essere convinto che una soluzione differente deve esserci, scavata nella fatica e nel sudore, ma che non sia possibile che le divisioni tra chi ha sempre più soldi e chi ne ha sempre meno siano così ampie.  

Genova ero un grido di libertà. Immortalato ogni anno nell’estintore di Zerocalcare. Nel film Diaz, che ogni volta che lo guardo poi ho la nausea. Nel podcast di Annalisa Camilli su Internazionale. Lei che è amica di amici (col Fabio che nomina io ci ho fatto il liceo, e anche se ogni tanto ci perdiamo di vista lo considero uno dei miei migliori amici). Genova me lo ricordano due libri che sto divorando, usciti per Feltrinelli in questi giorni. L’Eclisse della Democrazia di Agnoletto e Guadagnucci. Genova 2001, Caserma di Bolzaneto, di Callieri. Che è una testimonianza diretta di quelle terribili ore.  

Di Genova, come vi dicevo, di quell’anno, ricordo il viaggio in traghetto, sdraiato per terra vicino alla mia ragazza. Il caldo umido e l’angoscia per l’appuntamento col dentista e con l’esame di Termodinamica il 16 settembre 2001. In quel caso, io tutto felice per una vacanza in giro per la Francia avevo un libro che temevo quasi di cominciare a leggere perché poi sarebbe finito. Quel No Logo di Naomi Kline che era già diventato la bibbia di una generazione combattente. Molte delle idee contenute erano condivisibili, alcune illuminanti. Forse c’era qualche ipocrisia di fondo, ma il risultato era uno, come per quasi tutti i libri : un nuovo punto di vista, nuove idee e la possibilità di confrontarvici.  

Dell’incidente a Carlo Giuliani so quello che sanno tutti, così come della Diaz e della caserma di Bolzaneto. Anzi, di questi ultimi due episodi molto meno, perché mi sembra di ricordare che all’epoca i giornali ne parlavano malvolentieri. E quando a settembre mi sarei aspettato l’esplosione di notizie, purtroppo un altro tipo di esplosione cambiò il mondo per sempre.  

Ma torniamo a quel 20 luglio di venti anni fa. Mi ricordo che ero a Milano, con la mia ragazza. Da là a poco saremmo partiti per Parigi in treno. Avevo tante paure, come vi dicevo, e la sensazione di scoprire un mondo più ampio. Ricordo i commenti di alcuni ragazzi quel giorno, ‘col cavolo, se tu mi attacchi ti sparo’. Ed io provo ad immaginarmi come possa essere stare chiusi in un veicolo blindato, corazzato, armati, ed avere paura di un ragazzo con un estintore in mano. Che non vuol dire che lo giustifico. Penso ancora che le rivoluzioni debbano essere non violente, come penso che chi ha scelto Genova per il G8 non aveva la minima idea di come possa essere complicato gestire una cosa del genere in un dedalo di strade come la vecchia zona rossa. Però penso che le forze dell’ordine abbiano l’obbligo morale di essere superiori. Di arrestare se devono, contenere. Non uccidere e ovviamente non torturare. Per cui potete immaginare cosa penso dei fatti della Diaz e Bolzaneto.  

E penso che se ne dovrebbe parlare. Come penso che le nuove generazioni non hanno avuto più il modo di capire cosa fossero i valori importanti di quell’epoca. Il ridurre il debito ai paesi del terzo mondo, bloccare il liberismo sfrenato. 

L’undici settembre è stato in fondo il ruggito che ha affossato una possibile democrazia differente. Siamo entrati nell’era del lavoro precario, delle incertezze, della povertà e della guerra (per tacere della pandemia). 

Se ascolto le tematiche sociali sono tutte più concentrate sull’Io che sul Noi. La stagione dei movimenti di protesta sembra terminata, tutti sono troppo occupati a sopravvivere. So bene che questo assomiglia al lamento di un vecchio trombone. ‘non c’è più il ’68, gli ideali di una volta’. Ma no cazzo, non posso fare a meno di pensare che in fondo il mondo in cui viviamo adesso è più avanzato tecnologicamente, ma noi abbiamo perso.  

Sensibilizzare, preoccuparsi del prossimo, succede solo se c’è la ricorrenza giusta, tutti a mettere le stesse frasi sui social. Ma quando i riflettori si spengono,  quando la vita di tutti i giorni diventa routine, dove sono quelle preoccupazioni? 

Non voglio parlare di dati, disoccupazione ed alfabetizzazione vanno a braccetto. Viviamo nella bolla dei social da troppo tempo. Le librerie muoiono ed i nostri figli (che diavolo, pure noi) viviamo in simbiosi con uno smartphone. 

E questo mi porta ad interrogarmi su cosa significhi adesso un mondo più equo. Non è solo un problema di divario digitale, anche se ai politici piace pensarlo. Non è nemmeno una considerazione da posto fisso e no vax. Agli studiosi piace parlare di antropocene, ma se ci guardiamo attorno, sono sicuro che è abbastanza semplice renderci conto che l’uomo non è al centro di tutto.  

Quello che raccontava Naomi Klein in fin dei conti si è realizzato. Usiamo il nome di una multinazionale per identificare l’azione di fare ricerche su internet. Il concetto stesso di smartphone ruota attorno ad un singolo brand. Non mandiamo messaggi, ma usiamo il nome di un social per indicare la stessa azione. 

Chi dice che le nostre vite si sono semplificate dimentica che tutti questi strumenti ci rendono più efficienti, perfetti ingranaggi di un sistema che guarda al profitto in doppia cifra come all’unica forma di religione.  

E non va bene per nulla.  

Per cui a cosa serve ricordare Genova adesso? Serve per raccontarla ai nostri figli. Ai nostri fratelli minori. Buttare la luce sulle nostre contraddizioni e le nostre incapacità. 

Ho 44 anni, una vita complessa, e la responsabilità di tre bambine che un giorno dovranno scegliere se essere parte di questo mondo o se provare, seppur dall’interno a cambiare le regole del gioco. Non voglio svegliarmi, vecchio e svanito, convinto che non ci sia stato nulla da fare. Ricordarmi di Genova oggi, è un po’ un piccolo esame di coscienza, una sorta di check up dell’anima per verificare che il cuore continui a pulsare dalla parte giusta. Vorrei dimenticare la fretta, la frenesia, i doveri di chi, ad una certa età, comunque deve venire a patti con una realtà aggressiva. Vorrei farlo, e fermarmi a raccontare che cosa significa credere in qualcosa. Pensare che una canzone, scusate la sdolcinatezza, possa effettivamente cambiarci la vita. Lo devo a quel ragazzino, un po’ coglione, di venti anni fa. E lo devo a me stesso di adesso, perennemente in bilico, ma almeno per il momento, capace di guardarmi negli occhi e raccontare che un mondo diverso può esistere.  

So che ci saranno, contraddizioni, litigate e scazzi. Ma rispondetemi, se potete. Dove eravate voi, 20 anni fa ? 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *