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Ho guardato le prime cinque puntate con una mano davanti agli occhi. Per tutta una serie di ragioni che potrebbero perfino essere radicate nell’intrinseca natura integralista di un certo modo di essere nerd. A chi voglio prendere in giro? I Masters sono stati il primo amore, gran parte delle passioni che seguo oggi le devo a loro. E a Kevin Smith non posso perdonare la capacità di imbastire ottime storie che poi si sgonfiano puntualmente come un sufflè. Ancora ho ben presente Guardian Devil con quel finale smozzicato, a tratti ridicolo, che non accetterò mai davvero.  

E se avessi dovuto giudicare dai primi minuti della serie, credo che avrei spento Netflix subito dopo. C’è quel momento in cui un personaggio, che identificheremmo con He-Man, si avvicina a cavallo con un mantello che gli cela gli occhi; un riferimento continuo alla seconda serie di Hokuto no Ken. E di questo parleremo tra un secondo.  

C’è il momento in cui il figuro mascherato incontra la Maga e la Maga indugia in una sicumera che non si ignora dicendo sostanzialmente ‘a me non la si fa’ e bloccando un henchman che si rivelerà subito dopo essere Faker. A proposito, se tanto doveva essere un henchman, perché non avere Faker sin dall’inizio? Ma la cosa che colpisce è come non faccia a rendersi conto che il figuro mascherato invece è Skeletor. Ma come, non era infallibile? 

Ecco, alla voce ingenuità questa cosa mi ha turbato e parecchio. E visto che siamo in argomento ci sono altre cose che non mi sono piaciute moltissimo. Passiamo al character design e all’animazione. Non dico che servisse l’espressività della Filmation, ma qui siamo dalle parti di Aeon Flux, MTV generation, 1995,  circa. Si, insomma, cartoni animati USA che vogliono a tutti i costi usare uno stile anime. C’è poi la questione del doppio taglio dell’animazione, che vede personaggi e veicoli resi in una maniera totalmente differente e poco integrata. Me ne sfugge il senso, ma comprendo l’impeto artistico.   

C’è il doppiaggio, che non ho ritenuto funzionale alla storia, con alcuni personaggi che hanno delle voci che non li rendono troppo a fuoco; parere spassionato. 

I puristi diranno che poi molte cose raccontate nella serie dei primi anni 2000 vengono contraddette in un turbinio di nuove interpretazioni legate a Preternia e Subternia, ma per me che ho saltato pienamente quel periodo, tutto sembra ben collegato alle stagioni Filmation (anche se a detta dello stesso Kevin Smith, mica troppo, per una questione di diritti). C’è poi tutta la solita questione dei personaggi che cambiano genere o etnia, ma credo che dovremo abituarci sempre più a questi aspetti e considerarli parte integrante di un sistema che riadatta al XXI secolo materiale emotivamente preistorico. Affronteremo la cosa, magari in un altro contesto. 

Ah, c’è pure la trasformazione di Adam in He-Man che fa troppo Sailor Moon, e non lo dico in senso denigratorio, è che proprio non c’entra nulla con il contesto del personaggio per il quale funziona nella misura in cui fa sorridere, ma non comunica quella sensazione di possanza che dovrebbe avere.  

Ma se siete arrivati fino a questo punto, non pensiate che non ci siano state cose che mi siano piaciute. Tutt’altro. 

Ci sono alcuni snodi che sono sviluppati in maniera eccellente. Parliamo di Teela, ad esempio. Il fatto che sia imbestialita al pensiero di essere stata presa in giro per una vita è perfettamente logico. So che l’innocenza anni ’80 ci avrebbe portato a credere che poi ad un certo punto, scoperta la doppia identità, ci avrebbe soltanto riso su. Ma in un contesto realistico, quella è la giusta sfera emozionale dopo una serie infinita di sotterfugi e inghippi. E così tutto il percorso della storia, che è basato sul raccontare una storia di He-Man senza presentare He-Man funziona. Il percorso di accettazione che avverte Teela è incredibilmente moderno e strutturato. E del tutto moderno. Il suo confronto con Scare Glow, quello successivo con lo stesso Adam, portano il personaggio a riflettere sulla vera natura del potere. In una concezione squisitamente contemporanea, la parabola di Teela è quella del cammino dell’eroe, ed è in questo contesto che dobbiamo accettare il suo graduale rientro negli affari di Grayskull.  

Tutto quello che compare nel mentre è interessante e ben speso. Meravigliosa la figura paterna di Re Randor, disfunzionale e giudicante. Interessante il clan tecnologico che vede Tri-Clops impegnato direttamente. La trasformazione di tutti i personaggi è coerente e ben orchestrata.  

Rimane qualche dubbio solo sull’evoluzione/involuzione del personaggio di Lynn, che chiude la sua parabola in un modo che rimanda pericolosamente ai sufflè che serve di solito Kevin Smith. Ma siamo a metà giro per cui il giudizio rimane sospeso, anche se auspicherei un cambio di rotta. 

La serie si è portata dietro le antipatie di chi ha visto Teela come diretta protagonista, ma al contrario è proprio quella la motivazione che la rende super interessante. 

Riproporre oggi il canovaccio della serie classica con He-Man che risolve tutto con un pugno che spazza via la quarta parete sarebbe un anacronismo fuori tempo massimo. Provare a dare un contesto più coerente e moderno ad un mondo creato, con tutte le sue idiosincrasie, proprio come base di una serie di giocattoli è un’operazione coraggiosa che merita plauso. 

Semmai incuriosisce quale sia il pubblico di riferimento, visto che le nuove generazioni non credo potrebbero cogliere tutto l’oceano di riferimenti nascosti in questi primi cinque episodi. Ma ho fiducia che la conclusione saprà placare anche gli hater più integralisti.  

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