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A Craven Road si chiude l’anno con il botto. E non solo perché, dopo il ciclo della meteora, Dylan Dog è stato uno dei personaggi fumettistici più nominati quest’anno, e nemmeno per un titolo che più sclaviano di così non si può. Ma perché a scrivere le avventure del nostro affezionato indagatore dell’incubo tornano due fuoriclasse : Alessandro Bilotta e Luca Casalanguida.  

Già dalle prime tre vignette ci rendiamo conto del cambio di passo. Lo stile delle inquadrature ci introduce lentamente in una cantina dove, attraverso una serie di flashback incastrati su più linee temporali, passeremo il resto delle novantasei pagine. Dylan è prigioniero di un misterioso figuro, legato ad una sedia con le mani dietro la schiena. Un leit motiv che, chi ha letto Mercurio Loi, sa bene quanto appartenga a Bilotta.  

Quello che sta per succedere ci verrà svelato pagina per pagina attraverso una serie di flashback che riporteranno all’attenzione i fatti immediatamente precedenti. Ma non solo. Scopriremo il male che si annida nell’azienda vinicola da generazioni senza che nessuno abbia mai avuto il coraggio di intervenire. Ancora una volta, senza bisogno di indugiare in anticipazioni, i mostri siamo noi. La presenza del sovrannaturale è appena sopra le righe, compare, quasi una mesta coincidenza, ma il colpo finale, assestato non senza una certa ironia, spetta alla beffa sardonica. Ancora una volta l’uomo è al centro di tutto. ed il retrogusto di folclore rurale, non guasta per niente.

E che diavolo, già il fatto che si produca vino inglese dovrebbe essere materia da film horror! 

Invece qui troviamo un Dylan finalmente lontano dal suo anno zero. Che si comporta ed agisce da uomo risolto. Non privo di dubbi, ovvio, ma magnificamente sicuro di sé. Basta studiare lo scambio di battute tra lui ed il suo nuovo padre adottivo Sherlock Block per capire che, in qualsiasi universo siamo, il tempo delle incertezze Dylan se l’è messo alle spalle.  

E a proposito di battute, illuminanti gli scambi con Groucho. Scrivere per far ridere è molto più complicato che scrivere per far piangere, credetemi. E l’equilibrio dosato nel nonsense grouchiano di questo episodio è frutto di una rara capacità di saper dosare perfettamente gli elementi. Battute demenziali, ma mai inutili, mai fuori tema, perfettamente integrati.  

la recensione del Dylan Dog 412

Il tratto di Luca Casalanguida è da applausi. A dimostrazione dell’essere lontani dal Dylan delle  (recenti) origini, qui abbiamo di fronte un uomo massiccio, non imbolsito, ma con una fisicità presente e concreta. Casalanguida frequenta ormai da tempo l’Image comics e questo si percepisce nei lineamenti, a volte marcatamente anglossassoni, ma decisamente mai dotati di un tratto in eccesso o in difetto. La regia delle tavole, con una sapiente alternanza di bianchi e neri contribuisce a dare profondità alla vicenda ed al dipanarsi delle linee temporali.  

Merito di entrambi, ne sono certo, il Dylan di questo numero, sorride. E questo, ne sono certo è il chiaro segno che, ovunque la meteora abbia colpito, finalmente la polvere si è posata in terra.  

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