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Un suono di corvi lontano richiama la mia attenzione. Questa volta sono stato attento. Ho tenuto una luce accesa e, anche nella penombra, non dovrei sbagliare a distinguere la sagoma di una libreria con quella di uno spettro verde e affamato. 

Solo che non è così facile. Un piacere unico, vorrei smettere, e non ci riesco. 

Non so per quanti di voi l’horror susciti una simile reazione. Io mi ci impegno, lo faccio da anni, di recente con la meravigliosa Hill House, ma poi, quando rimango da solo in casa, o peggio in camera d’albergo, certe suggestioni mi ritornano in mente. E così anche se provo ad anestetizzarmi spaventandomi ancora, in realtà mi procuro da solo gli spaventi più grandi. 

La serie antologica Dark Picture, prodotta da Bandai, fa questo effetto. Certo la ricetta è ben congeniata. Otto titoli previsti, nove se contiamo il seminale Until Dawn, di survival horror mescolato a quick times events.  ma il punto non è la giocabilità o l’animazione. Si tratta di ambientazione. E su questo, la Supermassive games ha stoffa da vendere.  

Certo se la giocano con i pesi massimi della Quantic Dream di David Cage, ma il loro terreno di caccia è lo slasher movie anni ’80-’90. Quelle pellicole dove un gruppo di amici parte per un’avventura che finisce così male che, alla fine solo uno o due si salvano.  

Little Hope è di quella risma. Ambientato in una cittadina del New England, con un glorioso passato di caccia alla streghe, Little Hope ci mette alla guida di un professore e di un gruppo di studenti sopravvissuti ad un incidente in autobus. Devono cercare aiuto, ma la cittadina non è solo deserta, sembra proprio abbandonata e, dietro ogni angolo, tornano visioni di un passato puritano con roghi e streghe casualmente tutti molto simili ai protagonisti del gioco.  

L’avventura lunga una notte è costellata di scelte, tante, che sarei curioso di sapere se da qualche parte è stato mai pubblicato l’albero delle possibilità. Ogni decisione, ogni passo falso ci porterà in modo del tutto inaspettato alla scomparsa di uno dei membri della scolaresca. E non lasciatevi ingannare dal sistema di gioco, la mancanza di attività marcatamente action, è tutta la differenza tra un survival in stile Resident Evil prima maniera ed un titolo dalle suggestioni più europee.  

La cosa che funziona maggiormente, e di cui ho voglia di raccontarvi, è l’ambientazione. Girare in ambienti illuminati solo dalla luce di un telefonino mette una certa ansia. Ma non basta, è la realizzazione di un mondo abbandonato dalla recessione trenta anni prima, dove l’umidità e la polvere hanno lasciato il controllo a demoni di un altro secolo a fare tremare. Più una cosa sembra nomale, più fa paura. E credetemi, per me che di notte da solo in casa giocavo al primo Silent Hill, vedere le animazioni perfette dei personaggi che si lanciano frecciatine mentre il male incombe, è quasi come vedere un film dei tempi di quei tempi lì. 

Certo, a volte c’è qualche scollatura ai bivi, e non abbiamo la longevità di un titolo tripla A. Ma Little Hope mantiene quello che promette. Fa passare qualche ora in compagnia di un sano brivido liberatorio. E ce ne promette di più se porteremo gli amici… 

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