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Gli anni ’80 per il fumetto di avventura italiano sono stati definiti da una curiosa dicotomia che però negli anni si è purtroppo dissolta gradualmente. Se a rispondere alle ansie e le inquietudini di quegli anni erano gli orrori quotidiani di Craven Road, dall’altra parte dell’oceano, per risolvere con ironia e sagacia i dilemmi della mente, bisognava andare a Washington Mews, numero 3. 

Cosa che pochi anni fa feci, quasi casualmente, e, purtroppo, non c’era una Ferrari GTO parcheggiata fuori e se avessi suonato al campanello, dubito mi avrebbe risposto un Neanderthaliano miracolosamente sopravvissuto di nome Java. 

Eppure il personaggio di Martin Mystère, è terribilmente evocativo. Erede di una stirpe di divulgatori scientifici che, in un modo o nell’altro, si imbattevano in avventure relative alla storia segreta del mondo, da Peter Kolosimo ad Allan Quartermain, (simpaticamente citato in principio di avventura), Martin rappresenta quel tipo di eroe che utilizza la violenza per risolvere la situazione come ultima ratio. Leggendarie sono le litigate con la sua compagna di sempre, Diana Lombard, per l’acquisto di nuovi libri o per discorsi eccessivamente troppo digressivi. 

Che adesso che mi ci fate pensare sono due tratti che, cominciato a leggere Martin in età di paideia, deve per forza avermi trasmesso. 

Del resto, se ci pensate, scrivere una storia, in un formato classicamente dedicato all’avventura, ma ambientarla in mezzo ai libri, ed alla scienza plausibile era di per sé un azzardo bello e buono. Ma Alfredo Castelli, geniale curatore della serie, riuscì nel suo intento. E, ben 4 anni prima di rivolgerci all’orrore di pancia di Dylan Dog, avevamo un moderno paladino in Martin e nelle sue storie cariche di riferimenti. 

È per questa ragione che leggere in anteprima il volume che ristampa le storie dei numeri 30 e 31 del 1984 mi mette una particolare malinconia addosso. In primis perché mi rendo conto di come il linguaggio fumetto sia cambiato così tanto in 37 anni. E poi perché ritrovarmi tra le mura di Washington Mews in quel particolare contesto mi procura un po’ di nostalgia.  

Mi spiego : una storia le cui prime venti pagine sono una spiegazione sul concetto stesso di scatola del tempo con la decompressione degli albi moderni sarebbe impensabile. Questo non significa che adesso è meglio. Tutt’altro, il curioso modo di essere divulgativo di Martin Mystère rende la lettura stimolante e intelligente.  

Partendo dal MIT, un esperimento genera una zanzara super intelligente e super aggressiva che comincia a diffondersi per tutta la East Coast ma con una particolare rabbia degna della Natura avversa all’uomo. In questo c’è parecchio Hitchcock, e, vi posso confermare, ci sono delle sequenze di camera, che incrementano gradualmente la tensione. Stiamo parlando di una zanzara, ma in grado di uccidere con una sola puntura. E come tutte le volte in cui l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo collidono, la reazione non può che essere esplosiva. Le tavole tra l’altro sono una delle prime prove di Claudio Villa prima che divenisse il leggendario copertinista di Dylan Dog. Malgrado il tratto sia ancora acerbo ne riconosciamo la conformazione e, soprattutto la delicata capacità di donare ad ogni volto una perfetta conformazione mai banale. Contorni di ruga, trucco negli occhi, nessun dettaglio viene mai lasciato al caso.  

Ad un certo punto scopriremo che l’automobile di Diana Lombard è una Ritmo verde, quasi uguale a quella su cui ho imparato a guidare. Signori, la devastazione!  

Come in un recente film di Shyamalan, la natura sembra quasi inquietarsi con l’uomo ed il finale, che omaggia credo neppure troppo inavvertitamente l’Eternauta, ne è una prova concreta.  

La storia è condita di una vena ironica che ben bilancia la connotazione celebrare. Martin Mystère è sempre stato un personaggio che andava goduto, ascoltato per bene. Forse anche per quello negli anni il successo del ben più immediato Dylan Dog lo ha più volte superato.  

Ma si tratta di storie che valgono tutto il biglietto d’ingresso, ironiche e rivoluzionarie, in un modo articolato e digressivo. Ma, proprio per quello, bellissime!  

PS non perdetevi il bellissimo articolo introduttivo di Alfredo Castelli che mette assieme la storia dei mosquitos con quella del fumetto. Divulgativo e acuto a livelli impressionanti!

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