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Questa pagina è rimasta a lungo bianca. Perché scrivere di American Gods è un percorso difficoltoso e provante. Si tratta di un romanzo fantasy che ha generato fumetti e serie TV, certo. Ma non un banale romanzo fantasy. 

Lo stesso Neil Gaiman, che lo pubblicò esattamente venti anni fa, ebbe dubbi, modificò sezioni. Perché parlare di religioni che diventano mitologia, e di dei che camminano in mezzo agli uomini è complesso. Ed il rischio di offendere qualcuno potrebbe esserci perfino con un libro (all’epoca! figurarsi adesso che i troll governano l’internet!). C’è un personaggio che dialoga con Shadow, il protagonista, Gaiman lo chiama solo il dio barbuto. Spiega che a dispetto degli altri dei, i suoi insegnamenti sono ancora presenti nella vita di tutti i giorni. Ma che sono applicati a tutto e quindi a niente. Gaiman modificò più volte perfino il posizionamento di questo dialogo, ben convinti di trovarsi a camminare su ghiaccio sottile. Eppure io preferisco ancora la parte dove dicono che Gesù sta facendo l’autostop in Afganistan. 

Comunque, American Gods. Gaiman lo scrisse tenendo bene a mente il concetto di Tulpa. C’è un libro, the  Unikely Prophet, che lo applica persino a Superman. Ma è un’altra storia di cui parleremo. Tulpa è un’entità che diventa concreta quando le persone, una moltitudine di persone inizia a crederci. Ed è una perfetta metafora della religione intesa come parte della vita, se ci pensate bene. Tutta la struttura del romanzo di Gaiman si basa sul concetto che gli dei camminino in mezzo a noi. A questa si aggiunge una seconda componente che potrebbe risultare perfino più importante. Chi va via dalla propria terra porta con sé le proprie tradizioni, e quindi, in un certo modo, anche gli dei diventano emigranti.  

Nella serie TV c’è una sequenza di scene iniziali, soprattutto nella prima stagione, intitolata Coming to America, in cui viene spiegato come, silenziosamente, le credenze degli immigrati portino in vita le loro divinità e le facciano andare libere, a spasso per le varie città. È un concetto forte, quello dei tulpa, che viene rafforzato in una serie di considerazioni finali. Le divinità che arrivano in America non sono le stesse lasciate in patria, piuttosto ne sono una copia. Anzi, la versione americana è in un certo modo corrotta dal processo di adattamento al nuovo paese. Un po’ come la pizza con l’ananas. E di questa trasformazione, ne parleremo poi.  

Il terzo elemento portante è che le popolazioni cambiano, si evolve, si creano nuovi bisogni. E quindi devono arrivare nuove divinità. Curioso come Neil Gaiman esprima una concezione panteistica rispetto alla troppo semplicistica considerazione monoteista. Nel nuovo millennio arriva la divinità della strada senza traffico, dell’internet veloce, della teoria della cospirazione. E hanno preso il controllo, andate a farvi un giro su Facebook, se non ci credete.  

In questa complessa architrave Gaiman crea la saga perfetta. Una guerra di divinità per rinnovare i vecchi fasti e nutrirsi della fede dei popoli. In tutto questo finisce in mezzo Shadow Moon, il protagonista della storia. Un uomo che non vuole problemi e che invece se ne trova un monte da affrontare come tuttofare del curioso Mr Wednesday.  

Le suggestioni ed il folklore di cui vengono infuse le pagine traspirano in una scintillante prosa che risuona dalle pagine di Sandman fino a creare qualcosa di molto più imponente e complesso. Shadow per ora è già comparso in altri due racconti, ma Neil pare che abbia in mente un seguito per la sua storia e chissà che prima o poi non la vedremo davvero.  

Certo nel frattempo sono uscite la serie tv e quella a fumetti. La prima merita un applauso sin dai titoli di testa, quella musica tribale che accompagna un totem indiano ricostruito con tecnologia moderna spiega tutto senza dire nulla. Certo, ci sono alcune differenze nella trama, ma non potrebbe essere differente. Amazon Prime ha dovuto persino affrontare il cambio di showrunner dopo una sola stagione. Ma la complessità della trama non è stata di ostacolo e, sebbene alcuni abbiano lamentato una certa lentezza, da pochi giorni è disponibile la terza stagione. Che è il momento di fare i conti con i propri limiti e magari superarli. La serie a fumetti, uscita per Dark Horse in America e per Mondadori Ink in Italia in tre bellissimi volumi cartonati (chissà se esiste la divinità dei volumi cartonati, ne devo per forza essere devoto!) racconta una storia che si muove a metà strada tra il libro e la serie TV. Sa di Vertigo, ma con un sapore appena più Indie.  

In ogni caso, un’analisi sul tempo e la capacità dell’uomo di credere non può essere ignorata e, se volete la mia, vi consiglierei di leggere almeno l’edizione per i dieci anni (sempre Mondadori) arricchita di 12000 parole in più e con le illustrazioni di Dave McKean.  

Certo, il concetto di Tulpa è affascinante, ma a pensarci, tutto parte dalla creazione dell’uomo, fabbrichiamo tutto, persino l’aldilà. 

Ma come dice Odino ad un certo punto, quello era me. Ma io non sono lui. 

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