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Ieri sera ho finito di leggere la versione Bande Desinée del diario di Anne Frank. È difficile aggiungere qualcosa ad una di quelle opere letterarie che sono state capaci di descrivere le atrocità del secolo scorso. Anche a settant’anni di distanza fa male percepire la crudeltà dell’uomo.  

Anne è appena diventata un’adolescente quando la sua famiglia si trasferisce nel retrocasa. Proprio quando il mondo si dovrebbe trasformare ed offrirle il meglio, si sposta in un paio di stanze buie, condivise con perfetti sconosciuti. E quello sarà il meglio che la vita potrà offrirle.  

E’ atroce solo pensarlo, ed in questo, Antoine Ozanam che ha saputo lavorare di cesello sulla sceneggiatura, dà una sua interpretazione. Raccontare Anne Frank adesso, lascia pensare a qualcosa di relegato alla storia. Echi lontani, differenti necessità. Invece Ozanam scopre con incredibile naturalezza quanto sia fresca la prosa di Anne, quanto i suoi desideri, i suoi bronci, siano naturali in qualsiasi adolescente del mondo. E raccontandone le vicissitudini quotidiane non viene banalizzata ma, al contrario, ci viene data in dono una nuova chiave di lettura che permette di leggere con maggiore attenzione e profondità anche la storia originale. 

In questo, le tavole di Nadji sorprendono per la freschezza con cui ci viene mostrata la vita all’interno del rifugio. Colori semplici, diretti esprimono con un linguaggio moderno tutto il vissuto. Se ci penso attentamente, la sola immagine che ho in mente di Anne Frank è la foto in bianco e nero che compare sulla copertina dell’edizione italiana del libro. È una foto che potrebbe essere ritagliata da un libro di storia che racconta ma non dice. Con le sue forme stilizzate e frizzanti, con i tratti del viso addolciti, Anne è vispa, irrequieta. Ascolta il suo corpo che si trasforma, i desideri che la assalgono la rendono incredibilmente umana e presente. Ozanam afferma ogni tanto di aggiungere particolari che nella prosa vengono magari appena sussurrati, ma non sono interpolazioni violente o prevaricatrici. La storia funziona con una certa linearità e l’inedia e la paura di quei giorni traspirano senza scivolare nel facile rischio dell’agiografia e della rimozione delle ombre.  

Fa impressione scoprire (ma come meravigliarsene poi?) che nel retrocasa nessuno si sopportava più. Il silenzio, la privazione della libertà, la capacità di uscire portano ad uno stato di irrealtà.  

Basta pensare a quanti hanno sofferto il lockdown degli ultimi mesi per rendersi conto di come rimanere chiusi due anni e mezzo in una casa buia sia un’esperienza traumatica. Personalmente la cosa più dolorosa è sapere che Anne, diventata miope, non potrà mai indossare degli occhiali. E neppure fare una visita oculistica.  

La domanda più semplice ora è, a chi consigliare questo libro? Non è una riduzione, una versione semplificata, un reader’s digest. Questa versione del diario aggiunge una profondità umana che fa da complemento al libro originale (di cui devo assolutamente recuperare l’edizione del 2001). È una storia che usa il linguaggio moderno del fumetto, ed agli amanti del fumetto va dedicata. Ma è una storia che serve per comprendere meglio Anne, per chi già la conosce e per chi deve ancora incontrarla.  

In fondo lei avrebbe voluto vivere oltre la sua vita grazie alle parole. Sognare di essere una scrittrice in fondo è già esserlo. E con questo libro fa un pezzo di strada in più.  

Sono contento di averlo passato alle mie figlie subito dopo averlo finito.  

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