Dylan Dog, l’indagatore dell’incubo creato da Tiziano Sclavi nel 1986, continua a navigare attraverso le acque torbide del weird e del sovrannaturale con il suo 472esimo albo mensile, intitolato Orizzonti perduti.

Scritto da Bruno Enna e illustrato da Giampiero Casertano, con una copertina firmata dai fratelli Gianluca e Raul Cestaro, questo numero rappresenta un tassello intrigante nel “nuovo corso” della serie, inaugurato sotto la cura di Barbara Baraldi e proseguito con un’enfasi su elementi weird, horror psicologico e contaminazioni contemporanee. In questa recensione, esploreremo come l’albo si inserisca nella tradizione dylaniata, enfatizzando il legame del personaggio con le dimensioni parallele – un tema radicato sin dalle origini sclaviane – e come Enna e Casertano lo reinterpretino in chiave moderna, con echi che rimandano a produzioni pop come Stranger Things. Analizzeremo la trama, il disegno, la narrazione e il contesto culturale, integrando riferimenti storici alla serie direttamente nel testo per un’analisi fluida e contestualizzata.
Fin dai primi numeri, Dylan Dog ha dimostrato un’affinità profonda con le realtà alternative e le dimensioni parallele, elementi che Sclavi ha utilizzato per sovvertire le aspettative narrative e interrogare la natura della realtà stessa. Ad esempio, in Attraverso lo specchio (Dylan Dog n. 10, Tiziano Sclavi, Sergio Bonelli Editore, 1987), Sclavi introduce l’idea di mondi speculari dove il confine tra reale e illusorio si dissolve, con Dylan che affronta versioni alternative di sé stesso in un labirinto di riflessi e doppelgänger. Questo approccio non è isolato: in Storia di Nessuno (Dylan Dog n. 43, Tiziano Sclavi, Sergio Bonelli Editore, 1990), il protagonista si confronta con universi creati dalla mente umana, dove sogni e incubi generano realtà parallele tangibili, enfatizzando l’uomo come “fabbricatore di incubi” – un concetto che riecheggia le teorie filosofiche di autori come Philip K. Dick, influenti su Sclavi. L’elemento dimensionale è diventato una “arte saliente” del narrare dylaniato, al punto che lo stesso Sclavi ha lasciato intendere, attraverso meta-riferimenti e ambiguità narrative, che ogni albo potrebbe raccontare una realtà parallela differente.

In Orizzonti perduti, Enna riprende questo filone con un tempismo che non può passare inosservato, soprattutto in un’epoca dominata da narrazioni multimediali come Stranger Things, serie che ha popolarizzato i viaggi interdimensionali attraverso portali verso “mondi sottosopra” infestati da entità mostruose. L’albo esce in un contesto culturale dove il multiverso è onnipresente – basti pensare ai film Marvel o a romanzi come Dark Matter di Blake Crouch – e Enna lo sfrutta per intrecciare horror psicologico con elementi sci-fi. La copertina dei fratelli Cestaro è una citazione esplicita di questa questione: raffigura Dylan immerso in una nebbia surreale, con figure evanescenti che emergono da crepe dimensionali, rimandando visivamente all’Upside Down di Stranger Things, dove la realtà si sfalda in tentacoli oscuri e atmosfere anni ’80. I Cestaro, maestri del dinamismo grottesco, catturano l’essenza del tema con una composizione che bilancia orrore e mistero, utilizzando contrasti cromatici (il rosso sangue contro il grigio nebbioso) per evocare un senso di instabilità dimensionale. Non è un omaggio casuale: come in Stranger Things, qui i viaggi tra dimensioni vicine servono a esplorare traumi personali e collettivi, con un tocco di nostalgia per l’horror classico.

La trama si apre con Dylan che riceve una cliente, una donna tormentata da incubi ricorrenti in cui una filastrocca sinistra la perseguita, culminando in un risveglio un attimo prima della morte. Karen afferma di non appartenere alla realtà che sta vivendo: questa dimensione “sbagliata” la sta lentamente uccidendo, erodendo la sua essenza come un parassita invisibile. Enna costruisce qui un parallelismo con le dimensioni sclaviane, dove l’identità è fluida e il sé può frammentarsi in varianti alternative. Dylan, scettico ma empatico, indaga, e il punto cruciale dello snodo dimensionale è un pub londinese apparentemente ordinario – un “pub delle follie” o “delle meraviglie”, come lo si potrebbe definire – dove le porte sembrano condurre ovunque si desideri, fungendo da portale tra mondi. Questo locale diventa un hub multidimensionale, dove avventori da realtà parallele si incrociano in un caos controllato. La narrazione si infittisce con rivelazioni su traumi passati di Karen, legati a eventi che in questa timeline non sono mai accaduti, ma che riecheggiano in dimensioni vicine. La chiusura, inaspettata, vira verso riscontri quasi pagani: un rituale ancestrale, con elementi di folklore celtico e simboli runici, serve a “esorcizzare” l’intrusione dimensionale, mescolando sci-fi con misticismo primordiale.

Le tavole di Giampiero Casertano sono un trionfo di maestria grafica, dense di dettagli che elevano la storia a un livello visivo ipnotico. Casertano, veterano della serie sin da Zombie (Dylan Dog n. 58, Sergio Bonelli Editore, 1991), eccelle nel rappresentare figure a tutto tondo, ben delineate nelle dimensioni e scolpite in un equilibrio nettissimo tra bianchi e neri. Le sue vignette pullulano di elementi ambientali – bottiglie polverose nel pub, ombre che si allungano come tentacoli interdimensionali, volti distorti dal terrore – che non sono mere decorazioni, ma contribuiscono alla tensione narrativa. Il suo stile, influenzato dal chiaroscuro di maestri come Alex Raymond e dal grottesco di Bernie Wrightson, crea un’atmosfera opprimente: le dimensioni parallele sono visualizzate attraverso sovrapposizioni grafiche, con pannelli che si “sfaldano” in transizioni fluide, evocando un senso di instabilità spaziale. Particolarmente riuscite sono le sequenze oniriche, dove Casertano usa retini e tratteggi per distinguere i piani reali da quelli alternativi, culminando in splash page che catturano l’essenza pagana del climax, con simboli antichi incisi su pareti umide.

La narrazione di Enna, invece, presenta punti chiave con una tensione funzionale al racconto, ma a volte troppo dilatata. Enna, noto per lavori su Topolino e PK, porta un approccio fresco, infondendo la storia di elementi weird tipici del nuovo corso bonelliano – come parassiti psichici e loop temporali – che si incuneano perfettamente nella tradizione dylaniata. I dialoghi sono taglienti, con Bloch che fornisce comic relief e Groucho che sparge battute surreali, ma la dilatazione narrativa emerge nelle sequenze investigative, dove il ritmo rallenta per esplorare la backstory dimensionali, rischiando di perdere momentum. Tuttavia, questo “dilatare” serve a costruire un’atmosfera di inquietudine crescente, simile a quella di The Twilight Zone, e culmina in un twist che lega il personale al cosmico. Enna bilancia abilmente il weird con l’umano: Karen non è solo una vittima, ma un catalizzatore per riflettere su identità frammentate in un multiverso indifferente.
In conclusione, Orizzonti perduti è un albo solido che rafforza il legame di Dylan Dog con le dimensioni parallele, omaggiando Sclavi mentre dialoga con il contemporaneo. Non è un capolavoro rivoluzionario ma si inserisce nel nuovo corso con elementi weird che promettono evoluzioni future. Per i fan storici, è un ponte tra passato e presente; per i nuovi lettori, un ingresso accessibile nel multiverso dylaniato. Con circa 94 pagine di puro incubo, merita una lettura attenta, magari sorseggiando una pinta in un pub londinese… sperando non sia un portale…
