Pubblicata poco tempo fa in America da Image Comics, Altamont, vede la leggenda del fumetto Charlie Adlard collaborare con Herik Hanna in un affresco generazionale legato agli anni Sessanta, Altamont.

Il 1969 fu un anno particolare per la cultura pop, soprattutto in America. Se da una parte l’uomo festeggiava i primi passi sulla Luna, quasi contemporaneamente si celebravano tre giorni di pace, amore e musica nel leggendario festival di Woodstock. D’altra parte emergeva in maniera violenta anche il lato oscuro di quegli anni con la strage di Cielo Drive ad opera della famiglia Manson e, si chiudeva il tutto con i tafferugli, e le morti, del festival di Altamont.
Altamont avrebbe dovuto essere la Woodstock della west coast, in un momento in cui i festival rock erano una consuetudine. Voluto fortemente dai Rolling Stones, che avevano appena perso Brian Jones (entrato di diritto nel club dei 27), il festival sin da subito sembrava mostrare delle falle gestionali abbastanza incredibili, persino per gli anni Sessanta. Ma l’errore più clamoroso fu quello di affidare il servizio di sicurezza alla gang di motociclisti degli Hell’s Angels. E decidere di pagarli in birra, fu una scelta ancora peggiore. come potete immaginare ci furono non pochi tafferugli e, purtroppo, proprio durante l’esibizione degli Stones, un giovane diciottenne, Meredith hunter, venne accoltellato a morte.

Adlard e Herik ci raccontano solo in parte questa storia. La loro intenzione è quella di spingere sulla narrazione della controcultura dell’epoca raccontandoci la storia di cinque ragazzi che su un Kombi fanno un viaggio on the road per raggiungere il festival. Ho sempre amato le storie legate a quel particolare periodo, amo i libri di Jack Kerouac e la prima cosa che ho fatto appena raggiunta San Francisco è stata andare a fare un salto alla City Light Books (fateci un salto). Eppure, quando tutto questo succedeva, non potevo non chiedermi quanto fossi fuori tempo per amare tutte queste cose.
Allo stesso tempo mi chiedo quale target potrebbe avere una graphic novel Image, dedicata agli anni Sessanta. Pochi ragazzi oggi sarebbero interessati a leggere qualcosa legato alla vita dei loro nonni. Almeno credo.
Ma andiamo con ordine. La scelta dei cinque protagonisti è abbastanza eterogenea e, malgrado i tempi progressisti, forse un po’ improbabile. Ma alla fine, sono proprio le dinamiche tra questi personaggi che rendono la storia ampiamente interessate. Tutto gira attorno a Doc, un reduce del Vietnam, tornato ferito nel corpo e nell’anima, che si porta dietro la fidanzata e due amici.
Nel corso del viaggio incontreranno genitori e polizia, ci verrà raccontato che le differenze generazionali non erano poi così male e, nella totale bolgia del concerto di Altamont, assisteremo al destino di questa comitiva.

La storia ha dei momenti davvero epici, e la paranoia di trovarsi dispersi in una folla oceanica, strafatti, senza sapere dove ritrovarsi, funziona davvero bene. I momenti più intimi tra i ragazzi sono raccontati in un modo così universalmente credibile, da scaturire un’empatia quasi immediata nei loro confronti.
E le tavole di Charlie Adlard (di lui vi parlo qui) sono tutte una spanna sopra il suo lavoro su the Walking Dead. Si percepisce chiaramente che il tempo impiegato a lavorare su questa graphic novel è stato più ampio. I riferimenti culturali, la scelta della palette cromatica e persino il character design ci mostrano un Adler in condizioni olimpioniche. Tra l’altro a colori, quando, il progetto parte a colori, funziona dannatamente bene.

Detto questo, ci sono alcune cose che rendono tutta l’esperienza, fondamentalmente turistica. Forse per una necessità di non entrare in troppi dettagli che avrebbero scoraggiato i lettori più giovani, ma a volte si ha la percezione che tutto risuoni un po’ stereotipato. Con Altamont, il lavoro di Hanna è quello di spingere sulla tolleranza, sull’accettazione delle diversità e, in un certo senso corrisponde con le cose che accadevano all’epoca, ma qualcosa finisce inevitabilmente fuori fuoco.

Come ad esempio il momento in cui Doc incontra tra gli Hell’Angels un altro veterano del Vietnam. Per essere una guerra così recente, la disparità di età tra i due è davvero troppo accentuata.
Mentre la sequenza finale è brillante, anche a livello grafico. C’è un elemento in Altamont che mi ha disturbato.
Si tratta delle ultime pagine, ambientate nel 1982. Non rincontriamo tutti i personaggi, ma è chiaro che Hanna vuole mostrarci la differenza, edonistica, tra i due decenni. Succede qualcosa, una sorta di retcon che però è improbabile e, anche il comportamento dei personaggi, Doc soprattutto, non sembra affatto giustificato. Il sottile rimando al Bret Easton Ellis di American Psycho stona, ma spinge sulla necessità di far conflagrare il sogno americano.
Altamont è un libro interessante, controverso in parte, ma che necessita di essere letto. Image è stata davvero coraggiosa a pubblicare un romanzo grafico simile.
