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Io già lo sento il fragore dei troll che si lamentano per questo numero. C’è chi dirà che è una storia atipica, che Dylan non c’entra nulla con l’Italia. Sono pure pronto a scommettere che ci saranno quelli che si lamenteranno per un numero di Carnevale che esce in anticipo. 

Dimenticatevi di internet, e ignorate tutti i preconcetti che potreste avere. Quella che avrete tra le mani tra qualche giorno è una storia di Dylan Dog Assolutamente perfetta. 

Onirica, felliniana, con una ambientazione così accogliente che in certi casi sentivo le voci dei personaggi. I monacielli di Napoli trapiantati a Londra producono una commedia dal tono amaro e dalle tinte macabre che gioca, scherza, ironizza sul senso della vita, ma non lascia indietro considerazioni sul fatto che in questa commedia, noi siamo solo teatranti di passaggio.  

Carlo Ambrosini fa un lavoro superbo in quella che potrebbe tranquillamente essere stampata come una graphic novel cartonata.  

C’è un prologo notturno, cupo. Non so per quale ragione, mi ha portato indietro echi di quando Gaiman e Kubert vollero provare a scrivere l’ultima storia del Cavaliere Oscuro. Roba da camminare sul ghiaccio sottile.  

Il resto della storia si snocciola in una serie di racconti concentrici dove identificare la differenza tra realtà e fantasia si fa più complesso ad ogni tornante. Groucho e Dylan vengono raccolti in mezzo alla strada e portati da un tassista in un autogrill con annesso ristorante napoletano. Due sottili diramazioni partono da qui. In una un gruppo di terroristi islamici si nasconde nel self service tenendo in ostaggio Groucho. 

Nell’altra Dylan sogna un avernello popolato da Pulcinella, da tanti Pulcinella per la verità, che aspettano in un eterno ciclo di morte e nascita. Qui il concetto di incubo è intonato in una accezione insolita e, ancora una volta, nella più sclaviana delle lezioni, i soli mostri restano gli uomini. Nelle storie che Pulcinella racconta a Dylan, ci troviamo echi non troppo lontani della situazione all’autogrill. Tutto si intreccia, con una novella veneziana che a Pulcinella vede al solito contrapposto Arlecchino, il signor diavolo della tradizione anglossassone.  

Ad un certo punto arriva una derivazione cajun, con un brano eseguito al piano da Nina Simone ed una poesia di Salvatore Quasimodo. 

Le tavole, dello stesso Ambrosini, ci riportano un’atmosfera surreale, poco tangibile, quasi ovattata. Le scene nell’avernello sono dei piccoli capolavori allegorici, potrebbero essere un film Disney degli anni ’50 o una maestosa suite Felliniana. C’è una grandeur scoppiettante che in questo mesto inverno trasmette una allegria che potrebbe essere sbagliata , come un uovo sodo. Capirete perché.  

Credete che tutta questa roba non stia bene assieme e non c’entri con l’inquilino di Craven Road? Vi sbagliate alla grande e, la scena finale, ve lo assicuro è impagabile. 

Questo è Dylan, o meglio un Dylan, perché la sensazione che malgrado la meteora siamo sempre in un multiverso a me, non la toglie nessuno… 

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