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Il Dylan Dog in uscita nelle prossime ore fa parte di quella categoria di cose che non ti aspetti. Che ti stupiscono e ti colpiscono forte allo stomaco. Certo, le storie di Paola Barbato danno spesso questo effetto, ma, in questo caso la resa emotiva è effettivamente carica di pathos e, cosa non da poco, esteticamente impeccabile.  

Lo spunto iniziale vede Dylan riceve un video messaggio dal numero di telefono di Rania. Solo che non è lei a mandarglielo. È invece Allie, la  figlia di un’amica. Sapendo che Rania conosce Dylan, pensa bene di usarne il cellulare per mandargli un messaggio di aiuto. C’è una creatura che vive nella sua casa delle bambole, e se Dylan non fa qualcosa, la porterà via in un posto sconosciuto. 

La sentite la morsa dell’orrore urbano? Quella sensazione attanagliante di avere a che fare con qualcosa che succede nella vita di tutti, tutti i giorni, ma che potrebbe portare a varianti inaspettate da un momento all’altro. Diamo tutti i nostri cellulari ai bambini. Lo facciamo per distrarli, per farli mangiare, per prendere fiato cinque minuti dopo le ansie e le paturnie di una giornata lavorativa. Ma i bambini si trovano con un mezzo potente in mano e di cui ne riconoscono la grammatica ma non le malizie. E l’ansia affonda i denti dentro la nostra coscienza.  

Dylan corre da Rania, che, ovviamente, ha solo lasciato il cellulare alla bimba durante una cena, ‘per farle vedere le foto’ (alzi la mano chi non l’ha mai fatto anche solo ieri sera…). E Rania capisce che qualcosa non funziona, anche perché, scopriranno, la bambina è davvero scomparsa. E non è nemmeno la sola.  

Ora, qui dobbiamo fermarci ad analizzare il rapporto che c’è tra Dylan e Rania. Dylan è sempre stato un libertino. Si innamorava tutte le volte, in tutte le dimensioni, ma mai per più di un numero. Prima della meteora, da Rania era sempre stato affascinato, ma la loro relazione non si era mai approfondita. Dopo la meteora scopriamo che sono stati sposati. Che c’è un passato che non ci è stato ancora svelato e che il loro rapporto, è fuoco sotto la brace. Però in questo caso troviamo una Rania più impulsiva e perfino umana qualcosa la spinge ad investigare sui bambini scomparsi e, per una volta assistiamo ad un lungo flashback che ci svela aspetti del suo passato che non potevamo credere e che aggiungono una chiave di lettura al suo rapporto con Dylan. 

E qui che ci troviamo davanti all’elemento chiave della storia. Quel qualcosa che porta via i bambini felici e lascia indietro quelli che già covano un’ennui tenue nei confronti della vita. La Barbato non lo dice direttamente, ma c’è un monito nelle sue pagine. Bisogna fare attenzione nel profondere gioie e attenzione nella vita dei nostri pupilli. Bisogna farlo, attenzione, ma bisogna essere consci che lasciar loro intravedere solo le delizie di una vita piena di tanti si, strozza alla fine. Ed i poverini potrebbero facilmente imboccare strade terribili senza neppure rendersene conto.  

Quello che accade in giochi innocenti è una delicata metafora, ma ad un livello primario schiera Dylan e Rania in primo piano in una partita con una emanazione infernale. E lo dico senza tremiti nella voce (o sulle dita, ma vabbè il concetto è chiaro…), è uno dei casi più intensi in cui è chiaro uno che la quotidianità di Dylan è assorbita da una lotta con il Male dove però le sfumature di grigio lasciano intendere a volte molto più di quanto non si dica.  

Succede con la concezione di famiglio, un elemento simbolico legato a tutti i potenti nelle arti mistiche. Li vediamo sempre affiancati da piccole creature sovrannaturali con cui stabiliscono una certa simbiosi. La Barbato recupera una vecchia teoria su Dylan e Groucho e la riadatta a questo nuovo canone. Non si è mai andati troppo oltre l’utilizzo di Groucho come linea comica (una piacevole variazione è il Mr Punch di Di Feo di cui abbiamo parlato qui), ma il sottile dubbio insinuato in una conversazione che Dylan intrattiene con la sua nemesi, lascia intravedere spazi abissali. 

In tutta questa storia non si possono ignorare le matite raffinatissime di Paolo Martinello, che si adopera per rendere ogni singola vignetta un quadro completo. Cesellato, pieno di dettagli, con un Dylan in splendido spolvero, morbido, pacato. Un dandy contornato dalle sventure. E l’espressività di Rania finalmente ci lascia intendere, sotto il duro manto della poliziotta, una rabbia repressa ed un controllo complesso ed inesatto di tutti i sentimenti. C’è una tavola, sul finire della storia, di cui non voglio svelarvi nulla, che scuote esattamente le cose che dovevano essere agitate. È quasi catartica nel suo abbandonare per un istante la paura e lasciarci abbagliare da uno spiraglio di speranza. E non sarebbe potuta accadere se non ci fossero le matite di Martinello a tracciarne le linee sul tavolo da disegno. 

Si tratta di una storia in definitiva che dovete assolutamente leggere. Apre angoli inaspettati per una continuity più serrata ma anche presa così, singolarmente, crea la dimensione giusta per lasciarsi trasportare in un mondo dove l’innocenza ha il valore della moneta sonante. E i simoniaci ne sono i malevoli contabili.  

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