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La generazione che dà il titolo alla graphic novel è quella di Matteo, ragazzo omosessule che dopo aver lasciato la sua provincia toscana per andare a Milano, a vivere col suo ragazzo, ritorna indietro e deve ricominciare da zero. Vista in questa ottica il suo è un ripiego, una sconfitta, un nulla di fatto. Un ragazzo che non ha nessuna ambizione e che non riesce a trovare il suo posto nel mondo.

Il fatto che sia gay vuole il padre contrario alla sua scelta di relazione e di coppia. In realtà questa storia racconta una pausa che in questo caso è quella di Matteo, ma può essere quella di ognuno di noi, può durare più o meno tempo, può essere anche solo mentale, è uno sguardo sulle difficoltà di chi deve fare i conti con se stesso e relazionarsi alla vita che va in fretta.

La famiglia di Matteo vive nella casa della nonna, tutte donne: le tre zie, la cugina Sara, la badante polacca, la nonna. Una famiglia matriarcale che non fa domande, ma accoglie anche con tanti dubbi, soprattutto da parte di una zia che vede Matteo come un ragazzo scansafatiche e solo una bocca in più da sfamare. Il padre all’inizio è solo un nome, un pensiero fisso per Matteo che ritorna spesso nelle sue parole, ma che non si concretizza in azione. La famiglia, le generazioni a confronto sono il nucleo centrale di questa storia mi hanno fatto pensare alle commedie all’italiana, alle case in cui si viveva tutti insieme senza dissidi, almeno esteriori. In realtà ogni personaggio si porta dietro una storia: Sara ad esempio, la cugina incinta, porta con sé anche la sua storia di ragazza cresciuta senza un padre che darà lo stessa vita a suo figlio, suo malgrado. In qualche modo sono tutti legati gli uni agli altri senza farlo vedere, non ci sono grandi liti o azioni sconcertanti. I dialoghi sono essenziali tra loro e si riferiscono alla vita di tutti i giorni, sono più reali di qualsiasi altro fumetto.

Matteo è un personaggio passivo, non prende nessuna decisione della sua vita, ha bisogno del supporto degli altri. Prima le zie, poi l’infermiere della nonna, un ragazzo (finalmente!) poco più grande di lui che riesce a sbloccarlo dal suo torpore non soltanto mentale, ma proprio fisico (lo porta nel bosco abbandonando l’amato divano). La storia si evolve con naturalezza, senza colpi di scena e poca azione. Uno dei momenti di tensione che mi è piaciuto di più è legato alla figura del padre e allo scontro con la zia. In quel dialogo esce tutto il non detto fino a quel momento e la storia ha un nuovo inizio. Il fumetto diventa a tratti ironico soprattutto per la presenza delle allegre zie che parlano anche in toscano, per me che lo sono, riconosco quei personaggi e quei modi di dire. Simpaticissime le vignette con le tre comari sulla panchina. All’inizio guardano con sospetto Matteo, dopo sono tutte a salutarlo, da qui si vede il cambiamento e l’integrazione del personaggio con il suo paese. Nonostante sia lui il protagonista è un fumetto corale in cui la forza sta in ogni singolo personaggio e nelle loro relazioni. Infatti è proprio nel ritrovare un equilibrio collettivo che si esalta la forza del singolo.

Un fumetto che non inventa niente, ma riesce ad osservare bene le piccole cose di ogni giorno e a darne valore. Le tavole in cui Matteo è nel bosco sono quelle che mi hanno colpita piacevolmente perché richiamano l’idea del grande spettacolo della natura in antitesi con i piccoli problemi quotidiani. In questo senso potrebbe definirsi una storia dei piccoli passi, niente stravolgimenti, niente supereroi, nessuna guerra in famiglia:  i cambiamenti sono nelle piccole cose, sembra essere questo il senso della storia. I dialoghi a volte sono centratissimi soprattutto quelli dei personaggi femminili nella casa della nonna, ma in altri casi li ho trovati un po’ scontati, forse perché come detto prima sono frasi usate giornalmente da tutti noi. La frase finale è pleonastica, però rende benissimo l’idea che sta dietro a tutto. 

Il fumetto è davvero minimalista, sia nella scrittura che nei disegni. Matteo racconta in prima persona senza compatirsi, senza piagnistei, non c’è il dramma di uno che torna a casa e si piange addosso. C’è un ragazzo che deve ritrovare la sua strada, ma senza perdere la consapevolezza di se stesso. Il finale non è il classico happy ending, anzi rimane in qualche modo aperto e chi legge bene la storia saprà che è il finale migliore, quello delle infinite opportunità che può riservare il futuro.

Gloria

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