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Lo so lo so, ne parlano tutti e quindi questa potrebbe già essere un’ottima ragione perché non lo faccia io. Perché poi si sa, alla gente piace sputare su chi vince. E nulla piace quanto un vincente che perde tutto e finisce con il muso nel fango. 

Ma non voglio dire nulla su chi ha vinto a San Remo. No, non è esatto, voglio dire due cose soltanto. La prima è che, incredibile, succedeva quando ero ragazzino, succede ora che lo sono un po’ meno : la capacità di rimanere insoddisfatto sul giudizio relativo al vincitore, resta immutata. E poi, se vuoi fare il rocker da oratorio, gridare che sei diverso da tutti, e farlo dal palco più conformista d’Italia, be’, forse, abbiamo un problema. Questione di credibilità, non di bravura, eh. 

Però questa considerazione mi porta proprio a fondo dell’argomento. In fondo il festival è una vetrina dei tempi, fa il suo lavoro bene proprio perché ci dà quello che segretamente vogliamo avere. Una settimana lontani dai problemi di tutto l’anno a commentare la bionda e la mora (quando c’erano), le canzoni, le gaffe i plagi. Volete la mia scena preferita? Anni ’90 credo, Pippo Baudo che corre su una impalcatura a convincere un disoccupato che buttarsi dalla galleria sulla platea non sarebbe una buona idea. Specie per i vestiti delle signore accorse a seguire la kermesse. Se ripenso a quella scena oggi, col cinismo dei miei anni, faccio fatica a credere che sia stato tutto spontaneo. Se dovessi salvare una persona che ha davvero intenzione di uccidersi, io resterei con le gambe tremanti non per i venti minuti successivi, ma probabilmente per i venti giorni successivi.  

Ma  Sanremo è Sanremo, ed ogni anno ci regala la cartina tornasole del paese. Da un po’ punta il riflettore sul circuito dei talent per cui a volte viene il dubbio che sia una sorta di coppa dei campioni per i fuoriusciti di Amici, The Voice e X-Factor. Ma vedete che, ancora una volta, il festival regala al paese quello che il paese vuole sentirsi. 

Però non è difficile immaginare un pallore blu negli anni ’70 a illuminare le cucine ed i salotti degli italiani che, in fondo, si preparavano ai tormentoni dell’estate proprio a partire da quelle piccole note disposte allegramente sul giro di Do. E non è un discorso da prendere alla leggera. Ci sono le idee che muovono le persone, la gente sulle canzoni di San Remo si è innamorata, ha cercato un nuovo lavoro, magari ha cambiato città. Ogni volta con una nuova promessa, con un ritornello orecchiabile, un accenno di melodia presa in prestito da un pezzo pop inglese.  

È la storia del nostro paese che si racconta sul pavimento del teatro dell’Ariston. Anche quelli che si indignano a vedere Achille Lauro sanguinare blu non capiscono che è il bisogno di stupire, di trasgredire che emerge da quei piccoli siparietti. Non mi illudo, alla stessa età io mi esaltavo per Jovanotti (che ancora non si faceva chiamare Lorenzo) che inneggiava a Vasco saltando con una catena al collo che nemmeno i Beastie Boys. 

Poi vogliamo dire che mentre il termometro del paese ci dice che il glam rock sta ritornando i Greta Van Fleet imitano i Led Zeppelin già da un lustro? Per forza, la musica segue un flusso che il festival adotta con un gap di qualche anno. Forse per stare al passo coi tempi dovrebbe arrivare una band che fa K-Pop. Ma non so se i vertici RAI sono davvero pronti per quello.  

Invece, come da tradizione, mi innamoro degli Ultimi. Ed i miei beniamini quest’anno sono i Coma Cose. Va bene, lo so, si tratta di indie che in Svezia avrebbe già funzionato otto anni fa, ma chi se ne frega.  

Avete letto il testo? Non vi farò la perifrasi, potete farla da soli, ma credo che quando si riesce a tenere una attenzione così importante su una serie di parafrasi mantenendo pure una bella melodia, allora, la lezione del pop è stata appresa e anche per bene. 

Per il resto, sono un amante del Festival, lo sarò sempre. Anche se non riesco a fare sempre le ore piccole, anche se so che alla fine le case discografiche riescono sempre a mettere ai primi posti chi vogliono, è una storia che ci appartiene.  

In fondo, anche nel farci dire esattamente cosa deve piacerci, siamo tipicamente italiani, no? 

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