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Gli Eisner Award sono la cartina tornasole del mercato statunitense. Bisogna sempre guardare con la massima attenzione ai risultati che ne derivano poiché, per quanto sorprendenti, descrivono con incredibile accuratezza il mondo dei comic books. La sorpresa del 2020 è stata quella di trovarsi di fronte a tantissimi premi assegnati ad un mercato che potremmo definire indipendente.  

Se poi in questo incredibile calderone ci si va ad inserire una etichetta eclettica come la Berger Books, possiamo stare certi che la considerazione fatta non è solamente politica, ma rappresenta una chiara attestazione di un settore che vuole puntare alla qualità delle storie piuttosto che alla sua trasformazione in possibili cinecomics.  

Così ci troviamo con Invisible Kingdom, vincitore nelle categorie Miglior Serie e Miglior Artista Digitale. La serie segna un ritorno ad una fantascienza classica, di ampio respiro. Lontani dalle suggestioni cyberpunk (che pure sembrano ritornare prepotentemente, come tutte le volte che il mondo affronta una crisi) la sceneggiatura di G. Willow Wilson definisce le basi di una space opera scolpita per un contesto moderno.  

La Wilson avrebbe voluto creare un contesto dove potessero agire delle suore cosmiche, e nel definire il piccolo sistema solare dove la storia è ambientata, riesce nel suo intento. Vess è infatti una novizia di un culto che prevede l’allontanarsi dalla contestualità di tutti giorni come proposito per illuminare la vera via. Dall’altro lato compare Grix, un capitano di una nave mercantile che si occupa di trasportare consegne per una colossale multinazionale che sposta risorse per tutto il sistema solare.  

Intento partiamo della topologia geografica della storia. La Wilson definisce un piccolo sistema con quattro pianeti abitati da razze differenti con caratteristiche simili ma non identiche. Il chiaro riferimento ad un cosmo così densamente popolato è marcatamente riferito a Guerre Stellari. Non è il solo riferimento che possiamo cogliere. 

L’appartenente ad un culto che professa l’allontanamento dalle passioni terrene ed il pilota di un mercantile che a volte è costretto a lasciare il carico nello spazio, ricorda sin troppo da vicino certi due personaggi che hanno marcato la nostra crescita in modo indelebile. Ma le similitudini si fermano a quel punto : la cosa interessante è che entrambe scoprono del marcio nelle rispettive organizzazioni. Peggio, lo scoprire che potere spirituale e temporale mantengono degli affari in comune con lo scopo di mantenere lo status quo evidenzia il chiaro intendo di ridipingere la nostra vita di tutti i giorni con i colori della Sci-Fi.  

Per stessa ammissione della Wilson, moltissimi elementi del presente sono stati trasportati nella storia con lo scopo di fornire un punto di vista distaccato. E credo che da questo punto di vista, le reazioni dell’opinione pubblica davanti alla coperta di un complotto su scala globale denotano un cinismo, affidato ai social, che ci appartiene, e molto. 

Vess e Grix si incontrano cercando la fuga dai loro rispettivi inseguitori ed il loro incontro, che avviene alla fine del primo volume, è il climax che tutti aspettiamo dalle prime pagine. Peraltro, la storia si muove su un sentiero di ironia raffinata e dialoghi frizzanti inseriti in un contesto che richiama all’azione di stampo cosmico. 

In questo, Christian Ward fa un lavoro eccezionale connettendo tavole di ampio respiro a sequenze in cui la regia sottolinea l’azione concitata. Ward si rifà alla space opera di matrice francese e, in alcuni tratti il suo character design omaggia quello di Moebius. La scelta dei colori è una innovazione vera per lo stile americano con scelte davvero inusitate che prediligono colori netti su tratti marcati che riportano lontano dai canoni della science fiction di stampo americano. 

Se avete voglia di passare un paio d’ore riflettendo su una galassia con regole di mercato che metaforicamente ridipingono il nostro mondo, avete trovato il contesto giusto.  

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