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Il termine “anomalia”, come descrive Lorenzo Palloni nell’introduzione del volume e da lettura del vocabolario italiano, rimanda a qualcosa di irregolare, difforme, fuori dal concetto di normalità. Il termine ben si associa non solo alle storie, ma anche agli autori che sono giovanissimi e che si sono formati alla Scuola di Comics di Firenze.

Si chiamano Mojo autoproduzioni, il nome particolare richiama un amuleto magico degli afroamericani e più in generale è usato nel blues e nel jazz per indicare la libido o l’organo sessuale maschile (fonti wikipedia).

Già dalla scelta del nome del collettivo si deduce la loro vena di intuizione e magia, follia e sperimentazione.

Il volume è un esordio che mi ha colpita positivamente sia per lo stile di disegno che per la scelta di scrittura.

Anomalia è il file rouge delle sette storie molto diverse tra loro. Alla prima occhiata non hanno nulla a che fare l’una con l’altra: non c’è nessuna uniformità nemmeno nell’uso del colore, nella tecnica scelta o nello sviluppo narrativo in cui ogni storia è completamente slegata l’una dall’altra e si potrebbe sceglierne la lettura di alcune piuttosto di altre, ma questo lo sconsiglio. Sono tutte da leggere perché ognuna ha un mondo tutto suo da scoprire in cui la diversità è presente sotto molteplici forme soprattutto nella normalità o presunta tale, quando il lettore non se lo aspetta arriva il colpo di scena, una vignetta che ribalta completamente la situazione.

L’anomalia è la costante narrativa dalla quale gli autori riescono a discostarsi quel tanto che basta per farci cambiare prospettiva nel vedere le cose di ogni giorno. Ad esempio nella storia “In panchina” un semplice fiocco rosa ha un significato molto più profondo di quello che si potrebbe credere a prima vista e un’azione come mangiare carne animale diviene in “The slaughter house” qualcosa di terribile non solo per i vegetariani.

Nelle storie sono inseriti anche eventi violenti o sconcertanti, ma non c’è nessuna morale o spiegazione finale, il lettore rimane con dei dubbi e delle domande, cosa che le storie migliori dovrebbero fare. Non c’è la risoluzione ai problemi come la solitudine o l’ipocrisia, non c’è soluzione ad un amore impossibile e alla violenza umana, c’è una forte consapevolezza nel raccontarlo da un punto di vista estremamente fruibile dal grande pubblico e non per un target specifico in un caleidoscopio di forma e sostanza vario e mai banale.

Di seguito in dettaglio le varie storie:

“Figli del mare” è una storia che fa venire in mente il film “La forma dell’acqua” invertendo il sesso dei protagonisti e “Freaks” per l’ambientazione, ma la storia è originalissima e il fulcro narrativo ruota sulla parola mostro. I disegni e i colori sono più familiari a quelli di una fiaba all’inizio e si fanno via via più nitidi con colori più netti. L’uso del colore la fa da padrone. Finale amaro.

“The Slaughter House” è quello che colpisce di più per la crudezza del tema. Un segreto da scoprire insieme ai protagonisti che indagano, mistero e intrigo in quello che sembra essere una quotidianità del futuro prossimo. Disegni alternano il colore blu ai bianchi e alle ombre nere, tagli visivi molto netti che riescono ad evidenziare i colpi di scena e spiazzano il lettore.

“Solitudo” è spiazzante per la verità che racconta. Un anziano solo che cerca compagnia, disegni essenziali tratteggiati con colori pennellati a riempire le vignette. Una quotidianità serena, ma turbata dalla solitudine notturna, il colpo di scena dei due personaggi portano la storia ad un livello ironico e amaro difficile da dimenticare. I dialoghi funzionano bene e danno ritmo. Finale aperto, ma facilmente intuibile.

“Visualizzato” inquietante e tragicamente reale. Un mondo in cui i dialoghi si azzerano, sull’incomprensione e sull’ipocrisia collettiva di stare dietro a chi ha potere di parola sui social. Due persone normali che si ritrovano in una setta in cui le idee sono precluse, un rimando visivo ad “Eyes wide shut”. Bianco e nero dai contorni incerti e sfumati, atmosfere rarefatte. Storia ambigua, da rileggere per capirla a fondo.

“In panchina” storia delicata sulle differenze di genere e di comportamento. Una ragazza che legge troppo e che litiga con la madre e un bambino con il fiocco rosa. Un incontro su una panchina che potrebbe essere l’incipit di una nuova storia. Trama lineare che coinvolge vari temi molto delicati. Stile leggero e semplice sia nei colori e nella linea chiara dei disegni che nello script.

“Nero fumo” storia noir in una Milano in bianco e nero. Storia particolare in cui il fumo è protagonista oltre ai personaggi o forse è solo il manifestarsi dell’oscurità che alberga in loro. Un ragazzo che vuole imparare il metodo del maestro, ma per fare del male. Il bianco e nero delle vignette non ha ombra, solo fumo che avvolge i personaggi. Anche qui non finisce bene, anche se il lettore preferirebbe l’eroe che sconfigge il cattivo.

“Omen” mi ha divertita molto per i dialoghi. Un bambino che prende tutto alla lettera e per questo non fa cose giuste, anzi. Disegni in linea chiara, bianco e nero, abbastanza realistico. Un tocco di fiabesco nella storia e dialoghi davvero ben calibrati. Una evidente ironia di fondo, abbastanza surreale e crudele.

In tutti i racconti c’è un giusto equilibrio di tecnica e di divertimento anche nelle storie più cupe. Davvero difficile dimenticarne alcune per il modo in cui sono state raccontate e per alcune vignette particolari che svelano l’anomalia di fondo.

Di sicuro il lettore guarderà il mondo con un occhio più critico e il suo concetto di normalità verrà messo in crisi, almeno per il tempo di lettura.

Gloria

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