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Tra poche ore sarà in vendita il Regno, il diciassettesimo episodio di Samuel Stern, che, complice una delle sceneggiature tre le più ermetiche della serie, offre una serie di spunti di riflessione e meraviglia. La storia si avvale di un apparato narrativo vagamente morboso che lascia una sottile vibrazione nelle orecchie, tipo il The Ring di Gore Verbinski e non è affatto un caso che per questa storia si debba tirare in ballo il cinema. Al di là di Return to Babylon, pellicola spettrale di pochi anni or sono in odore di creepypasta, citata e portata ad esempio, l’evento narrativo si muove sui binari de il Regno, una serie di snuff movie su cui il detective Cranna è chiamato ad indagare. 

Cranna è una vecchia conoscenza, che speravo rispuntasse fuori dopo La Casa delle Farfalle. E di fatto il suo vissuto è troppo interessante per non essere approfondito. Lui e Samuel hanno questo rapporto pieno di non detti, per cui lavorano assieme ma faticano a diventare amici. Josy Crandall, una testimone riuscita a scappare dalle riprese, fortemente disturbata, vuole raccontare che cosa succede durante quei film e sono cose talmente strane che Cranna non può fare altra che invocare (perdonatemi lo squallido gioco di parole) l’aiuto di Duncan e Samuel.  

Se da qui vi aspettate la classica storia di possessione demoniaca siete fuori strada del tutto. Il regno è una esperienza mediatica con profondi risvolti biblici, ma più che affrontare un solo avversario, Samuel si ritrova di nuovo a girovagare su Legione in un modo tanto inaspettato quanto sofferente. La sceneggiatura di Savegnago e Filadoro, per una volta orfani di Fumasoli si spinge verso un esoterismo raffinato e complesso in una storia dove le trame che andrebbero analizzate sono almeno tre e c’è un dialogo che rimanda ad una quarta lasciandomi un mare di dubbi. 

Partiamo dal Regno. Malgrado l’apparizione di Duncan, è Angus in questo caso ad indirizzare Samuel nella direzione giusta. Di ogni cosa esiste il contrario, e se secondo i testi sacri il regno della luce è raggiungibile anche da vivi, perché non dovrebbe esserlo anche l’altro regno? Tutta la storia racconta di come squarciare quel velo e raggiungere l”altro’ che aleggia in attesa. Un percorso tetro e chiamato alla sofferenza, ma che, come spiega il filosofo, un personaggio minore ma non troppo, sempre più anime vogliono percorrere.  

Ed è qui che si innesta la seconda linea narrativa, quella di Josy ma che poi è anche quella di molte periferie della Scozia. In una sequenza viene citato Trainspotting (ve lo ricordate? Ho scelto di non scegliere la vita!) ma è una considerazione che si potrebbe facilmente estendere a qualsiasi angolo di mondo. La realtà che ci stiamo costruendo diventa più scomoda ogni giorno e molti la rifiutano, la combattono, si arrendono e cercano una via di fuga. Poco importa che si tratti del revival degli anni ’80 o di un viaggio in una dimensione demoniaca. 

Viaggio che anche Samuel deve intraprendere e ci porta ad una nuova sottotrama. Si tratta di una sequenza tra Samuel bambino e la madre che abbiamo già visto almeno in parte un paio di volte. Solo che questa visione è deviata dal viaggio che sta facendo Samuel in questo momento. Vengono dette delle cose che secondo me non andrebbero prese troppo sottogamba. Nello specifico si fa proprio un riferimento a quella che potrebbe essere una sorta di origine segreta per Samuel, ma credo che prima di poter arrivare a spostare il velo su questo dovrà passarne di acqua sotto i ponti. 

In tutto questo vanno sottolineati i disegni Acunzo capaci di adattarsi allo stile della storia, passando dalle sequenze vissute a quelle filmate (capirete cosa intendo leggendolo) in modo magistrale. Acunzo ci regala delle scene cariche di maestosità e degrado spingendo fortissimamente sulle espressioni facciali sempre molto intense. In alcuni tratti mi ricorda Tony Moore, ma con tavole molto più cariche di dettagli. Che per me è una nota portante nella lettura di una storia.  

Filadoro e Savegnago rendono la storia ineluttabile e dotata di una connotazione squisitamente simbolica (e mannaggia a loro, già dopo la citazione di Return to Babylon mi sono letto le pagine con un soffio di aria gelida sulla nuca, che mi iha nquietato). Di tutte le storie di Samuel questa, per analisi sociale è la più sclaviana, da intender come un complimento non come un omaggio ruffiano, e sia chiaro. La differenza sta nel sostituire all’autocitazione compiacente una profonda connotazione esoterica che ne approfondisce l’apparato narrativo contestualizzandola in una continuità che, giorno dopo giorno, diventa più dettagliata ed intrigante.  

In una sola parola, o meglio due : bravi, applausi!  

p.s. c’è un’ultima cosa che mi ha fatto riflettere, non crediate che me ne sia dimenticato. Può essere un’aringa rossa, anzi, non escludo che lo sia. Ma il dialogo in seconda scena tra Duncan ed il suo assistente  Joseph merita di essere preso attentamente in considerazione… 

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