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Sclavi l’ha sempre detto e di conseguenza pure Dylan l’ha sempre confermato : i veri mostri siamo noi. Non si può dare colpa a chi non ha mai conosciuto la gentilezza, di non provarla. Chi vive in un contesto sociale e magari in tutta la sua esistenza ha pur sempre provato perfino un surrogato di affetto dovrebbe avere le idee più chiare.  

Quanto meno provare a non fare cosa è stato fatto a lui. 

Ed invece ci troviamo in un inferno in terra dove chiunque appena può prevarica e dove i deboli vengono chiamati a giustificare l’esistenza dei forti. A parte la citazione di un Marylin Manson d’annata, Vendetta in Maschera si prende una pausa dal sovrannaturale che ha popolato le storie di Dylan negli ultimi mesi e ritorna alle atmosfere con cui Bilotta ha chiuso lo scorso anno (una pessima annata). Insomma se vi aspettate lupi mannari e vampiri, questa storia non fa per voi. 

Al contrario la storia che Gabriella Contu monta alla perfezione racconta di emarginazione e lo fa incastrando due livelli narrativi separati che vanno a convergenza proprio nel momento del colpo di scena finale.  

In un parco di Londra una gang di ragazzi abbandonati commette delle rapine indossando maschere tribali ricavate dalla corteccia degli alberi. La dinamica è sempre la stessa, carica e salti acrobatici attorno alle coppiette, ai ragazzi che fanno jogging e alle simpatiche vecchiette. Poi nel loro campo nascosto ad occhi indiscreti, come una vera comunità dividono e cercano di sopravvivere. Tutti bravi ragazzi con gli occhi limpidi, ma messi alla prova da una vita ingiusta e bara.  

Tutto regolare fino a qui, sembra più un caso per l’ispettore Bloch. Ed infatti è lui ad essere coinvolto per primo, chiamato ad investigare con l’aiuto di suo figlio Dylan, che è mosso più per empatia nei confronti di una ribellione giovanile che lui, Old Boy, non può non apprezzare.  

Solo che all’improvviso i crimini si fanno cruenti. Un giavellotto appuntito trafigge la gola di una ragazza, poi di altri due. Ed anche se la persona che li commette indossa una maschera, il percorso non sembra affatto essere lo stesso. Au contraire Dylan viene a trovarsi proprio sul cammino del killer e suo sarà il compito di svelare il maldestro passo del diavolo. 

In questo viaggio siamo accompagnati da delle tavole stilisticamente impeccabili rese da un Andrea Chella in stato di grazia. Vi basta guardare negli occhi i personaggi per capire di cosa sto parlando. Andrea riesce perfettamente a raccontare un orrore che si svolge all’aperto sotto la luce del sole in una chiara atmosfera estiva. La scelta delle poche ombre fortifica questa componente rimandando ad una linea chiara che è debitrice del più classico fumetto di matrice americana. Andrea del resto è un collaboratore infaticabile di Dark Horse Comics.

La linea chiara che predilige rifiniture minimali in carboncino risalta splendidamente nelle prime tavole, completamente mute e completamente dedicate all’entrata in scena della banda di bambini rabbiosi. Quando si arriva al climax però virano alla perfezione su tinte più cariche di punte scure, nel momento in cui il mostro, l’animo umano emerge al suo peggio, vi consiglio di nuovo di andare a guardare gli sguardi dei personaggi. Perché Andrea Chella è davvero riuscito a fotografarne l’essenza.  

La sorpresa finale, o forse dovrei dire la doppia sorpresa finale, lascia il fiato mozzato e le braccia pesanti lungo il corpo. D’altra parte qui  racconta la crescita attraverso gli occhi di chi quel passaggio l’ha già fatto. E se per caso in principio viene citato Stephen King, non è esattamente un caso ma mera fattualità. 

È una storia che prende la rincorsa e ci serve per prepararci ad i cambiamenti di luglio. Interessante la mancanza di Groucho, di cui temo le battute in un contesto così drammatico avrebbero comunque stonato. Curioso lo stile grafico che caratterizza un Bloch coi capelli un po’ alla Alessandro Haber ed un Dylan che oltre alla maturità, in questo episodio, sembra aver recuperato anche un po’ di innocenza.  

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