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Non sono mai stato un amante dell’esoterico e dell’occulto, non seguo tutti i mondi che classicamente vengono affiancati ad essi, come la musica hard rock, oppure i film horror, però sono un grande estimatore di Mike Mignola e come tale non posso rimanere indifferente davanti a Jenny Finn.

Jenny Finn è un lavoro distante dalla produzione del fumettista statunitense, però rende perfettamente omaggio ai suoi fumetti passati, con le continue apparizioni di personaggi del mondo di Hellboy e le copertine disegnate proprio da Mignola con i suoi classici tratti.

La storia è semplice e viaggia su due binari paralleli, che s’incontrano sul finale. Due piaghe stanno colpendo la città di Londra, la prima riguarda una strana malattia che uccide molti uomini, trasformando il loro corpo in una sostanza liquida, con delle escrescenze a forma di pesce o di corallo, la seconda invece colpisce le prostitute, che vengono trovate morte nei vicoli durante la notte. Non credo che ci sia bisogno di specificare che il secondo di questi eventi strizzi l’occhio alla famigerata storia di Jack Lo Squartatore, noto serial killer che agì tra l’estate e l’autunno del 1888, proprio nella capitale inglese. Il protagonista della storia è un ragazzone proveniente dalle campagne inglesi di nome Joe, che all’inizio di quest’avventura s’imbatterà in una giovane donna di nome Jenny Finn, starà a Joe scoprire come Jenny sia collegata ad entrambi le maledizioni che stanno affliggendo Londra.

La storia è molto gradevole, i temi trattati sono quelli classici delle storie di Mignola, riferimenti continui all’occulto, sedute spiritiche e associazioni di dubbia morale che agiscono nell’ombra e cercano di usare dei ‘’mostri’’ per i propri scopi. In quest’opera però, a mio parere, si nota anche una certa critica verso l’uomo, la pesca invasiva e il poco rispetto verso il mare, soprattutto nel flashback dove ci viene raccontato il primo incontro del vecchio Hornbee con Jenny. La ragazza coprotagonista di questa storia può benissimo rappresentare una punizione verso il peschereccio che la raccoglie dal mare, metafora perfetta di ciò che il mare è in grado di fare a chi non lo rispetta.

I disegni non vedo Mignola, dato che in quest’opera è stato affiancato da altri due autori, Troy Nixey e Farel Dalrymple, che ci regalano dei tratti sporchi, in alcuni casi volutamente brutti e privi di simmetria, ma che rendono perfettamente l’idea dei bassifondi londinesi e dell’area adiacente al porto, richiamata appunto da dei contorni molto fluidi. I disegni non saranno trattati di anatomia come quelli di Alex Ross, oppure indimenticabili come quelli di Moebius, ma svolgono alla perfezione il compito di richiamare continuamente il mare, il porto e la situazione socioeconomica del periodo.

Ci sono alcuni aspetti della sceneggiatura che non convince :  forse il più evidente è un finale troppo sbrigativo, dopo una parte iniziale e, soprattutto, una centrale così ben curate ci si aspetta di più dalla chiusura.

Forse l’esempio che sostiene al meglio la mia tesi sta proprio nel fatto che il ruolo del signor Shlackhorn sia chiaro fin dall’inizio. Dal primo incontro con questo aristocratico signore anche il lettore meno attento capisce quale sarà la sua posizione all’interno della storia, al punto che queste mie parole non devono risultare nemmeno come uno spoiler, tanto evidente e chiara risulti la cosa. Un’altra nota negativa è sicuramente l’introduzione di Pinwheel, personaggio poco funzionale che sembra essere stato inserito solamente per allungare alcuni aspetti della narrazione.

L’unica parte che ho realmente apprezzato del finale, cercherò di non anticiparvi niente, sono le ultimissime vignette in cui, con un rituale antico come l’umanità, vengono trattati nel medesimo modo gli ultimi e i più ricchi, quasi come a ricordare che in fondo, nei momenti di semplicità siamo tutti uguali.

Jenny Finn non è un capolavoro, ma neanche una brutta opera, Mignola rimane nella sua comfort zone, senza mai azzardare troppo, i suoi collaboratori fanno un ottimo lavoro sul lato grafico, soprattutto nel rimandare in continuazione all’immaginario del mare, che forse rimane il vero punto di forza di quest’opera, che vi consiglio se siete amanti del genere e dell’autore, ma che non approccerei come prima opera dello scrittore di Berkeley.

Nicolò

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