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I miti della creazione sono difficoltosi da abbattere. Si fa tanta fatica e spesso si riescono a malapena a scalfire. Succede un po’ così anche con l’inquilino di Craven road, numero 7. Se date retta al fandom, quello duro e puro i primi cento numeri sono tutto, alcuni concedono i primi duecento, ma non si va troppo lontano. 

Mi piacerebbe poter sorridere e passare facilmente sopra questa cosa, ma devo fare i conti con la gestione Claremont degli X-men e come ancora adesso, a vent’anni di distanza, la considero inavvicinabile. Isteria da fan boy forse. Molto più facilmente, legare indissolubilmente le prime storie che leggiamo al nostro vissuto le rende migliori. E poi, ovvio che quando la novità è ancora fresca non può subentrare la stanchezza. Ma ogni generazione ha un’epoca d’oro e a volte è divertente fare anche la differenza tra i proprio miti (Qualcuno ha detto new X-Men di Morrison, per caso?).  

In ogni caso, la Bonelli sta facendo un eccellente lavoro in tema di riproposizioni e, soprattutto su storie che, magari, hanno ricevuto meno la luce dei riflettori, si riesce a recuperare dei tesori altrimenti persi per sempre. 

È il caso di questo volume, L’occhio del gatto, pubblicato nella collana Le Graphic Novel e che ristampa il numero 119, classe 1996. La scrittura è in mano a Tiziano Sclavi che, decisamente più rilassato rispetto alla fase iniziale in cui andavano scavate le fondamenta del multiverso Dylaniato, si produce in una storia letteralmente onirica e con una sana dose di commedia sofisticata e pungente.  

Ben lontano dallo slasher movie condito da critica sociale, il Dylan di questa storia è un dandy inconsapevole. Attraversa una Londra stranamente rilassata e si imbatte nel fantasma di un albero e nel gatto Cagliostro. La prima differenza notevole che si coglie a distanza dal post cometa è Bloch. Il loro rapporto è meno che saldo e, per l’uomo di Scotland Yard, la presenza dell’investigatore è certamente più una seccatura che un legame affettivo. 

La storia è un intreccio tra una dimensione onirica e la realtà, e come quegli effetti che potremmo chiamare Deja vu nella vita reale qui si colorano delle tinte del doppio sogno o della premonizione più spinta. Come in molte delle migliori storie di Dylan Dog, l’investigatore qui è un passeggero, un’anima che cerca di trovare una spiegazione in un garbuglio di omicidi che seguono una logica allentata ma funzionale.  

Lo stesso Sclavi spiega in una intervista pubblicata nella postfazione (e che bello leggere cose nuove di Sclavi, visto che parla di Covid, deve essere per forza molto recente!), nel periodo in cui scrive questa storia ha smesso di essere uno stretto appassionato di Horror e finisce col prediligere commedie raffinate come quelle di Neil Simon. La sceneggiatura ne risente ed in bene. Dall’acume di alcune battute di Groucho fino ad alcune di quelle fatte da tutti i personaggi di contorno. L’aspetto più gradevole è un Dylan per una volta niente affatto innamorato, abbastanza incapace di comprendere cosa stia succedendo ma in fondo soddisfatto di essere riuscito a chiudere alcuni elementi della trama.  

Corona il tutto una serie di tavole, omaggio alla linea chiara di Franco Saudelli. Saudelli era un disegnatore molto autoriale, legato al mondo, all’epoca fiorente, delle riviste d’autore. In queste, si dilettava a disegnare personaggi femminili sinuosi, pruriginosi senza necessariamente essere provocanti. Da questo punto di vista, è quasi strano che Sclavi, con a disposizione un simile talento, non si sia prodotto in una delle classiche storie d’amore che all’epoca rendevano Dylan un vero e proprio tombeur de femme. La regia di Saudelli invece si presenta in sfondi curatissimi e dettagliati e, in una gestione dei personaggi armoniosa e assolutamente caratteristica. 

Il volume in generale è un’ottima occasione per recuperare un Dylan d’autore senza che ci si debba cimentare con i titoli più rinomati ed arcinoti. Al contrario ne emerge una preziosa storia pop farcita di piccole battute che rallegrano oltre che svagano. E se vi chiedete che fine ha fatto l’orrore, non temiate. È una storia con Cagliostro, quindi, di streghe, ne troverete in quantità.  

Chiudono il volume due interviste di Franco Busatta agli autori, che permettono di approfondire un momento particolare della storia del fumetto e svelano qualche piccolo retroscena che , altrimenti , sarebbe potuto andare perduto.  

Davvero un’ottima realizzazione. 

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