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L’estate, si sa, è fatta per qualche piccolo brivido serale, proprio come quando dopo la canicola della giornata si decide di riposare le ossa al fresco. La stessa cosa funziona per la testa. Si passa il tempo a farla girare lenta, concentrata su frivolezze fino a quando arriva il momento di dormire. A quel punto i pensieri della vita ci raggiungono tenendoci per mano fino al sonno ristoratore (provvisto di aria condizionata, ovvio).  

L’Old Boy numero sette, perfetto per inaugurare questa nuova estate pandemica contiene tutte e due queste nature. Gabriella Contu, pubblicata recentemente anche sulla serie regolare ci accompagna in una curiosa commedia degli equivoci dove il passo è segnato proprio dalla leggerezza. Da quel trovarsi, costantemente, ad un passo dall’incubo , intravedendolo ma non raggiungendolo mai. Dylan è in vacanza in montagna (e personalmente questo per me rappresenterebbe già una giusta forma di incubo) con la sua nuova fiamma. Un posto ameno, pacifico, solo che ovunque vanno, la gente muore. E non c’è neppure una sola ragione, ma tante, curiose, piccole complicazioni. Non voglio svelarvi troppo sulla trama, altrimenti rischierei di guastarvi il piacere, ma bisogna attribuire il merito alla Contu di aver saputo smuovere acque irrequiete ma leggere, consegnandoci un Dylan fuori contesto e marcatamente satirico.  

Dovessi pensarlo come un libro, penserei ad Oscar Wilde.  

Per Voci dal fondo dovrei invece pensare ad un Conrad spiritato e asfittico. Anche in questo caso Dylan è fuori contesto. Bruno Enna ce lo racconta clandestino su una gigantesca nave cargo. Nessun orrore in questo caso ma l’odierna constatazione del caos consumistico che ci possiede. Mostri così solcano l’oceano tutto il tempo, fin quando non bloccano il canale di Suez.  

Dylan è circondato da marinai ciechi che prima lo ignorano e poi lo inglobano in una routine straniante, ripetitiva, alienante. L’eterno mistero di qualcosa che succede appena fuori dalla percezione razionale aleggia nell’aria lasciandoci la sensazione salmastra di non capire, fino all’ultimo, quale sia il limite da inseguire.  

Interessante, tra le altre cose, come l’assenza di Groucho, (a proposito, ma da quanto tempo non lancia più la vecchia rivoltella?) venga sopperita attraverso degli estratti dalle lettere del vero Groucho Marx. Che ci restituisce un attore comico che, come tutti i comici, è infinitamente drammatico. E che ci fa riflettere su come Dylan e Groucho siano uno l’alter ego dell’altro. Dylan che nei suoi pensieri legge Groucho Marx ne sottolinea gli accenti drammatici e lo fa sprofondando nella pazzia di questo suo viaggio che non sembra avere origine né conclusione.  

Mentre la sua presenza a bordo viene gradualmente accettata, ci rendiamo infatti conto che si sta omologando, stessi abiti, stesse abitudini. Smette di essere l’anticonformista in Clarks e diventa semplicemente uno dei tanti. 

E come uno dei tanti strappa il velo della verità. Siamo davanti ad una ghost story ben scritta e con ritmi dilatati ma cadenzati.  E come tutta la letteratura di genere, fornisce un’ottima analisi della realtà per come la conosciamo. Quell’essere tutti accumunati ad un prodotto che, al netto di un codice a barre, ci contraddistingue con un sottile brivido alla base del collo. 

Un Old Boy, questo numero 7, dannatamente sfacciato. Leggero, quasi spensierato il primo episodio, macilento, riflessivo il secondo. Insomma, spazio per tutte le anime, e, sia che abbiate affrontato la prima passeggiata in montagna, sia che abbiate i piedini coperti di sabbia dorata, potreste trovare il brivido che più vi si adatta.  

Non fatelo sfuggire… 

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