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L’estate Bonelli prosegue a salve di novità cannoneggiate con una certa frequenza. Siamo ancora nel pieno dei festeggiamenti legati all’ottantesimo compleanno della storia casa di via Buonarroti che in modo quasi stealth è stata introdotta una nuova novità : i numeri bis. Dragonero, Tex, Nathan Never e, ovvio Dylan Dog. L’idea della quindicinalità estiva appartiene alla Marvel anni ’90 e non rappresenta un’idea malvagia. Semmai la preoccupazione rimane per il tempo di esposizione del singolo numero nelle vetrine delle edicole.  

Su Dylan il punto è duplice proprio perché ci troviamo, dall’altro lato, e ne abbiamo parlato con il numero precedente della rubrica, a ragionare sull’astuta mossa di marketing del connubio con Vasco Rossi. Ragione in più, forse, per cui sarebbe stato meglio trattenere in edicola i tre numeri regular il più a lungo possibile.  

Ma lasciamo da parte le considerazioni sulle vendite e concentriamoci su questo primo numero bis. Partiamo dalla copertina di Cavenago. Ne parlo sempre troppo poco, e sbaglio. Ma Luigi Cavenago è di gran lunga il più bravo copertinista (se vogliamo soffermarci solo nell’orbita delle cover) che Dylan possa avere in questi anni 20. Spesse volte le sue copertine valgono da sole il prezzo dell’albo, ma nel caso specifico l’immagine con un Dylan, spensierato?, affacciato sui rottami di un mondo che include il suo maggiolone, riesce a trasmettere all’unisono, la gioia di una serata estiva e l’angoscia esistenziale della fine del mondo. 

Il Dylan di questo episodio, sconnesso per necessità narrativa dalla continuity, viene coinvolto nella ricerca di una ragazza che sembra scomparsa in una città, Qwertyngton appunto, che non sembra comparire su nessuna cartina geografica. Dylan non se lo fa ripetere due volte e parte con Groucho alla ricerca di una traccia che sembra essere in qualche modo risolutoria.  

Qwertyngton è una città dove si concentrano i casi che si verificano una volta su diecimila. Rotonde stradali che sembrano perdersi all’infinito, cartelli stradali scritti nelle lingue dei Grandi Antichi che annunciano il ritorno di Cthulhu. Se il dottor Venkman fosse della partita, tirerebbe in gioco anche cani e gatti che vivono assieme. La città è un delirio dadaista dove le regole dell’universo comune si perdono nella pioggia (letteralmente) e Dylan, sincronizzato già di suo con un universo altro, fatica ad entrare in contatto con la peculiarità del posto. Anzi, proprio il suo essere connesso alle nevrosi della vita di tutti i giorni lo rende in un qualche modo avulso a quell’incredibile concentrazione di bislacco che permea per le strade della piccola cittadina.  

La storia si muove su tinte surreali prestandosi ad uno stile che potrebbe funzionare in modo abbastanza intercambiabile sulla serie regolare che sull’Old Boy presentando un Dylan vittima degli eventi ed in stato confusionale, senza che riesca ad emergere, fino al finale catartico, il personaggio che noi sappiamo e conosciamo. Luca Vanzella ci restituisce un Dylan che potrebbe comparire in un episodio di Torchwood e che ne conserva l’assoluta britannicità. La matite di Luca Genovese rendono un Dylan indie che ricorda da vicino un Jude Law.  

La storia si presta bene alle divagazioni da ombrellone, regalando suggestioni brit in netto contrasto con la claustrofobia del numero precedente. Insomma, spazio questo mese, davvero per tutti i gusti.  

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