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Distopia, ucronia, il blocco sovietico, il conformismo occidentale. L’ultimo volume del ciclo di K-11 suona come un disco di Battiato portandoci nei meandri della realpolitik e mostrandoci come, alla fine della seconda guerra mondiale in pieno regime di cortina di ferro la vita per il nostro superuomo sovietico le cose cambino e non poco.  

In realtà la trasformazione cui assistiamo con maggiore interesse è proprio quella legata al suo nucleo familiare. Scappati alla fine del volume precedente, Karl e la sua compagna si ritrovano a doversi adattare ad uno stile di vita che hanno sempre riconosciuto come avverso, dove la comodità spicca per il netto contrasto con quello che accadeva, e che veniva raccontato ampiamente nei primi volumi, anche nella evolutissima città chiusa dove la nostra storia ha origine.  

Per Karl e soprattutto per Lora la trasformazione non è solo un cambio di abitudine ma diventa una trasformazione ideologica, sostanziale. La presenza della religione, della libertà di culto, fattore che noi siamo abituati a dare come assodato, diventa motivo di frizioni all’interno della famiglia atomica. La necessità di rivolgersi ad un’entità Alta, qualcuno che possa spiegare con un senso tutto quello che hanno passato, probabilmente è una sensazione che li accumula a molti reduci della grande guerra, in più la presenza dell’elemento atomico, impone una chiave di lettura completamente diverso.

Matteo Casali si muove con agilità sul ghiaccio sottile. Il rischio di dover reinterpretare il Dr Manhattan come deterrente è una carta molto invitante. Ma il carattere di Karl, è, per fortuna molto più impulsivo e la sua proverbiale testa calda diventa un elemento discordante con il celebre uomo atomico DC. Karl, non diventa un deterrente globale in grado di modificare il corso della Storia.  

Al contrario, assistiamo al passaggio da OSS a CIA, alla guerra di Korea, al muro di Berlino ma il ruolo di Karl viene ridimensionato a quello di leggenda metropolitana. Se ne parla, il blocco opposto ne sa, ma non c’è bisogno di muovere lo scenario troppo velocemente. Al contrario, proprio il temperamento di Karl funziona per limitare le usuali porcate da servizi segreti deviati, e quello che dovrebbe essere una missione suicida per lui per primo, si trasforma nella chiave di lettura finale. 

Un po’ come l’arca dell’Alleanza alla fine del primo Indiana Jones, il governo americano decide di dimenticarsi gradualmente della sua scomoda esistenza. Della sua e di quella della sua famiglia, per la verità. Ed infatti il tono di questo volume è molto più intimista. Ci preoccupiamo delle sue vicende matrimoniali, dei compromessi e della paternità. Proprio come lui, i suoi figli sono dotati dello stesso potere atomico che si attiva emozionalmente. Stare lontani da tutto il frastuono della vita politica della seconda metà del secolo scorso è una decisione che, forse, è più saggia che no. E non è un caso che la chiusura istituzionale del volume viene lasciato ad un evento che lasciò il segno nella cultura americana.  

Raccontato nel recentissimo ed interessantissimo Emma Wrong (dei bravissimi Lorenzo Palloni e Laura Guglielmo) , ma con un richiamo fortissimo alle origini dell’incredibile Hulk, il primo esperimento atomico su suolo americano fu una dimostrazione di forza, una presa di coscienza che il mondo non sarebbe più stato lo stesso.  

Dal punto di vista grafico il volume presenta un tocco molto raffinato. Le matite di Stefano Landini si producono in un tratto che richiama la generazione Image con una linea pulita e lineamenti netti e ben definiti. La ricostruzione storica permette di raccontare panorami variegati, mostrando una scenografia dettagliata e approfondita.  

Il volume presenta un finale che, se devo essere onesto, mi lascia con la voglia di saperne di più e, anzi, sarebbe davvero molto curioso assistere ad un secondo arco narrativo con l’evoluzione di questa famiglia nucleare e  dell’intrecciarsi di storia e Storia.  

In fondo, il secolo trascorso già da vent’anni è una miniera di piccoli orizzonti degli eventi.  

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