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Ci ho impiegato un po’ a scrivere di questo numero 420. Non mi sono particolarmente attardato a leggerlo, semplicemente volevo trovare le parole giuste per parlarne. E anche adesso, sono sicuro che non riuscirò a mettere a fuoco per bene tutto. 

Del resto che cos’è la pazzia se non l’incapacità di mettere completamente a fuoco la realtà? 

Succede questo, ci si stacca lentamente ma costantemente dal quotidiano fino a quando, come la proverbiale aragosta nella pentola di acqua bollente, non è tropo tardi.  

Il trittico di storie ispirate alle canzoni di Vasco Rossi si conclude con Jenny, forse la meno nota della lista e l’ispirazione, qui forse più chiara e meno casuale, viene mediata dalla prosa di Barbara Baraldi. Che scrive un piccolo capolavoro.  

Suddivisa in due linee narrative nettissime la storia si concentra su Dylan, innamorato seriale, e Jenny, sua ultima conquista. Per una volta, o forse dovremmo dire ‘come al solito’ , i mostri siamo noi e tutto quello di sovrannaturale cui assistiamo è solo un sogno od una proiezione mentale.  

Nel primo atto, onirico, Dylan sogna il labirinto della mente. La pazzia più incredibile è avere la donna che ama a pochi centimetri di distanza, ma la disgrazia vuole che quei pochi centimetri di distanza siano un muro di granito e che qualsiasi giro o strategia porti ad un trabocchetto, ad una prigione più solida.  

La prigione della mente che appunto è quella dove si auto esilia Jenny. Come la canzone del Vasco nazionale, Jenny rovina il morale della gente, è depressa, sente le voci, c’è ma non c’è davvero. E oltretutto, paga per tutti.  

Anzi, il dilemma peggiore è che Jenny si è arresa. E nella seconda parte della storia questo percorso diventa ancora più chiaro. La vita ci seduce in mille modi diversi e poi finisce per abbindolarci e lasciarci parcheggiati in un angolo. E a volte tutto questo ci stanca terribilmente tanto che non ce la facciamo più, non riusciamo più e dormire, chiudere gli occhi e scomparire sembra essere la soluzione migliore.  

Barbare Baraldi riesce a raccontare questo viaggio nella pazzia con una precisione ed una delicatezza incredibili. Ogni parola è incredibilmente ben calibrata, ogni gesto soppesato con il giusto livello di disperazione. Barbara e Vasco due emiliani, ci mostrano il loro lato meno solare e tetro. Quello che ne emerge è spiacevolmente maestoso. 

A rendere completo il capolavoro sono le tavole a tinte di grigio di Davide Furnò. Il suo Dylan fragile, rinsecchito, a prova di vento, si intrufola nei meandri della mente come un novello don Chisciotte. E come un novello don Chisciotte ne emerge con le ossa spaccate. Ma la scala di grigi si carica di valore nelle splash pages, numerose per un fumetto in formato quaderno, dove i primi piani dei protagonisti vengono resi in ogni singola incrinatura dell’anima.  

L’uso dello spazio bianco, e quindi della regia, garantisce una presenza scenica profonda e dettagliata. L’umanità che genera mostri viene rappresenta al suo culmine in questa forma di lesioniamo auto inflitto che è la pazzia.  

Si tratta di una storia difficile, ancora una volta slegata dalla continuity, e che di fatto ne subisce il torto di essere la seconda storia in pochi mesi ambientata in una prigione. Ma è quella che maggiormente meriterebbe il cartonato gigante. O meglio, le tre storie, che pure hanno avuto un notevole richiamo commerciale, meriterebbero l’onore di un unico volume gigante che ne raccontasse l’esperienza.  

Mostrandone il vero respiro.  

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