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Parlare di una nuova storia di Paco Roca è sempre difficile. Potrei reagire come un fan, e scrivere solo cose belle e sperticarmi in lodi interminabili. Potrei davvero riuscirci.  

O potrei semplicemente rendermi conto che il sentimento che provo ogni volta che inizio una sua 

 nuova storia è molto più simile alla paura. Paura perché dopo tante storie così ben raccontate diventa difficile poi non sbagliare il colpo. Ed essere all’altezza è un’impresa non da poco.  

Non per Paco evidentemente che, dopo il Tesoro del Cigno Nero ritorna ad una dimensione più familiare con questo Ritorno all’Eden. Per me che mi sono innamorato de La Casa, questa storia smuove delle piccole corde emotive che, quasi senza rendersene conto, mandano in risonanza tutta l’anima.  

Ritorno all’Eden è la storia di una famiglia, dagli anni del franchismo ai ruggenti anni Sessanta. Ma come lo stesso Paco racconta, è la storia di un frammento di luce, alla ricerca di un suo posto nell’esistenza. Di antenati e successori. 

Così ci avviciniamo alla storia di Antonia, che in tutta la sua vita prima dei vent’anni, si è fatta fotografare solo tre volte. Le prima due vengono appena ricordate, la terza, una foto di famiglia al mare, è la chiave di volta di tutta la storia. Per tutta la sua vita adulta, Antonia porterà sempre quella foto con sé, inserendola tra il legno ed il vetro del comodino. Nei momenti in cui dimentica il volto di un suo caro, quella foto le indica la mappa del suo cuore.  Per tutto il resto del tempo è la a brillare come un faro, un momento di serenità segnante. 

Paco indaga con precisione chirurgica sulla storia dietro a quella fotografia (autentica, di famiglia, scattata nel ’46 a Nazaret, spiaggia di Valencia). Ne vediamo un backstage ante litteram nella copertina del volume, e man mano che andiamo avanti con le pagine assistiamo a tutti i retroscena. Per ognuno dei personaggi presenti, tutti membri della famiglia di Antonia, c’è una storia da raccontare, un piccolo particolare, un pezzo del puzzle che compone la vita di una famiglia popolare nella Spagna franchista. Nel raccontare quella foto, Paco, ci racconta la storia di Antonia, dei suoi genitori, uniti ma solo perché era questione di sopravvivenza, e dei suoi fratelli e sorelle. I preferiti, le mele marce. I complessi equilibri su cui si sorregge qualsiasi famiglia, specie se numerosa, vengono analizzati ed approfonditi. Le dinamiche, universali ed atemporali, permettono una quasi totale empatia con i personaggi. Chi vi racconta il contrario, mente. Tutte le famiglie sono nevrotiche, lo diceva pure Douglas Coupland (che fine hai fatto Doug?).  

Ovviamente la storia della famiglia di Antonia si intreccia con la Storia della Spagna e qui Paco Roca è bravo ad evocare alcuni tra i suoi topoi. La valenza della memoria negli anziani e la storia della Spagna. Che non sono elementi che vanno dati per scontati. Raccontare la semplicità spesso è più complesso che fare esplodere oggetti in sequenza asincorna.  

Non c’è un solo istante in cui la tensione narrativa cali, al contrario anche quelli che somigliano a tempi morti prendono solo delle lunghe scorciatoie per arrivare pienamente armonizzati con il finale. A proposito della Morte, devo dire qui è più incombente del solito. Compare come un personaggio ricorrente e come tale compie azioni che sono ben precise. Nel dare brevi accenni del passato dei genitori di Antonia, soprattutto della madre a cui è particolarmente legata, la ritroviamo quasi come un personaggio folcloristico, accordato al carrozzone su cui vivevano e cucinavano per la gente.  

La storia di Antonia include anche un tema importante, che ho lasciato sul fondo soltanto per darne maggior risalto. Il ruolo che ricoprivano le donne nelle famiglie patriarcali, il dover costantemente sottostare a dinamiche incise a fuoco nella storia dell’uomo. Antonia, e la madre prima di lei, si sacrificano quasi in egual misura. Lo fanno perché lo richiede la famiglia, lo  fanno in un certo senso anche per sopravvivere. Ovviamente il nostro metro moderno non ci permette di giudicare la situazione con l’ottica del tempo. Quello che adesso è giustamente obsoleto e degno di essere frantumato, mezzo secolo fa era il semplice modo in cui si facevano le cose.  

Nel raccontarcela così, Paco ci fa il più bello dei regali : un documento autentico di vita vissuta, un pezzo di storia popolare, talmente realistico da essere universale.  

Dal punto di vista grafico, la scelta è per un volume a strisce, nello stesso formato de la Casa. E devo dire che assieme i due formano un giusto dittico della memoria. Tattile, visiva, legata agli oggetti. Il tratto di Paco Roca ci regala dettagli carichi di nostalgia. Come il suo stile di scrittura, anche la sua regia ed il suo design sono solo apparentemente semplici. Tutto quello che è presente alla tavola è sempre essenziale ma mai appena accennato. Primo piano o sfondo tutto appare nella giusta dimensione.   

Leggere queste tavole permette di respirare, di ampliare il proprio spazio esistenziale. Semplicemente di spingersi nella comprensione di quello che è sempre stato in mezzo a noi. Nascosto in piena vista.  

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