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Ieri ho finito di vedere la terza stagione di Cobra Kai, la prima ad essere prodotta interamente da Netflix. Non sapevo bene cosa aspettarmi. La seconda stagione non mi era interamente dispiaciuta, ed il piano sequenza finale anche se un po’ sopra le righe alzava di parecchio l’asticella. La cosa che proprio non digerivo era la linea comica :  troppo esagerata e fuori luogo. Ma si sa, il gusto del pubblico cambia, specie quello di internet, e mantenere una adeguata miscela di registri contrapposti non è mai facile.  

Malgrado ciò, Cobra Kai è pensata per i nostalgici amanti della continuità. E quindi non ho potuto ignorare il suo richiamo. Il concept è ottimo :  prendi un pop-corn movie degli anni ’80 con riferimenti alla cultura pop e forse un po’ a Star Wars e ribaltane la prospettiva. Ascoltiamo la storia dal punto di vista del cattivo, e vediamo come se l’è cavata in tutti questi anni. Il fatto che i figli di Daniel Larusso fossero viziati privilegiati, un po’ bulletti e che la vita di Johnny Lawrence fosse andato allo sfascio era una introduzione accattivante. Con l’avanzare della storia, scopriamo come il ribaltamento sia un meccanismo narrativo atto a rivivere le scene clou dei film, a volte con la stessa identica colonna sonora, ma a parti invertite.  

Detrattori di Episodi VII astenetevi, che qui il meccanismo è esattamente lo stesso.  

In questa terza stagione si percepisce chiaramente come il budget sia più alto. Miglior qualità delle riprese, location esotiche (torna Okinawa!) e cameo praticamente di tutti i membri del cast dei primi due film (qualcuno ha detto Elie con una l sola?) . E si tende ad applicare la regola d’oro dei sequel: farcirlo più forte, farcirlo per primi di quello che funziona. 

Ecco, se devo essere onesto questa cosa mi ha fatto storcere un po’ il naso nell’episodio natalizio, nessun spoiler. Stesse canzoni, stesse scene,  forse troppo. E’ vero, la storia si ripete a cicli, e se ci prestiamo attenzione, anche la vita privata di noi poveri cristi ha dei punti fissi che tendono a riproporsi. Ma la morale di quell’episodio, malgrado tutto, è che non si vive nel passato ma proiettati nel futuro!  Ed infatti dall’episodio successivo tutto viene rivoluzionato e l’attenzione si sposta sulle nuove generazioni.  

L’impianto narrativo è pensato per ripercorrere in cicli i tre film originali, la prima stagione per il primo film, la due e la tre per il secondo e la quarta per il terzo. Adesso speriamo solo che nessuno si ricordi che esiste un quarto karate kid (che a questo punto dovrebbe pure essere completamente fuori continuity) con mister Myagi che balla Britney Spears!!! 

Facili battute a parte, al di là di questi aspetti ludici, la serie funziona bene. Karate Kid è una delle pellicole portanti degli anni ’80 e, alla fine le considerazioni sull’equilibrio non dovrebbero passare sotto traccia. L’evoluzione dei personaggi poi è effettivamente ben scritta. E quella che era una guerra senza quartiere nella Hill Valley nel 1984, non può che poi essere classificata con un semplice ‘eravamo solo ragazzi!’ E forse è vero.  

E sono ragazzi anche quelli che nel 2020. Anche se la storia che attraversano è carica di pathos e drammaticità. Puntare il riflettore sul bullismo, non è mai una scelta azzardata o scontata. Oggi che a quell’odiosa parola si aggiunge la connotazione di Cyber le cose si fanno più intense e devastanti. Gli attacchi di panico, l’incapacità degli adulti, degli insegnanti di comprendere, le trasformazioni che la mente di un ragazzo bullizzato subisce, sono elementi che meritano una attenzione delicata. E qui, anche se con il filtro delle arti marziali, il lavoro è svolto con la giusta leggerezza e passione . 

E poi la terza stagione è totalmente avulsa da linee comiche fuori luogo. Anzi, la sola componente comica è proprio Johnny Lawrence, perfetto per interpretare il cavernicolo in un mondo digitale. Anche quando ha una buona idea non riesce mai a fare bene, e a volte è totalmente un disastro involontario, ma divertente. E questo ci permette di empatizzare.  

Questa stagione scava a fondo nelle dinamiche dei personaggi, fa luce sulle spigolature, indaga sull’importanza del soggetto nella storia. Non c’è una sola versione, quello che noi facciamo da eroi può benissimo essere interpretato come azioni da villain. E quando sulle immagini del primo film, sentiamo la versione di Johnny, non è che possiamo poi dargli proprio tutti i torti. 

D’altra parte a me, Force Awakens è piaciuto, quindi malgrado qualche intoppo queste tre stagioni me le sono proprio godute. 

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