recensione – L’Ickabog di J.K. Rowling

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J. K. Rowling, famosa autrice della saga Di Harry Potter, ci regala una nuova opera: L’Ickabog, i cui colori della copertina ammiccano proprio alle cover della primissima edizione di Harry Potter. 

Il libro, uscito in contemporanea mondiale il 10 novembre, ha una particolarità, che lo rende diverso in ogni Paese: ciascuna edizione infatti contiene illustrazioni differenti, disegnate dai bambini di quella determinata nazione, che hanno partecipato al “torneo delle illustrazioni” e vinto le selezioni.

Il romanzo, presentato a puntate durante il lockdown, è pubblicato in Italia da Salani. Il ricavato dalla vendita sarà devoluto ad associazioni di beneficenza: l’autrice ha infatti donato tutti i diritti d’autore per aiutare gli ammalati di coronavirus in Inghilterra e nel mondo. 

La ridente nazione di Cornucopia, governata dal sovrano Re Teo, è sempre stata una terra pacifica, facile da governare, in cui nessuno si è mai lamentato del sovrano. Eppure, quando la sua sarta personale muore a causa di un lavoro troppo impegnativo che l’ha spossata, il marito e la figlia si schierano apertamente contro di lui. 

«Se non avesse fatto lavorare mia madre così tanto, lei sarebbe ancora viva».

Ora che l’aveva detto a voce alta, si rendeva conto che avrebbe voluto farlo da tanto tempo.

Ci fu un’esclamazione soffocata da parte di tutti i bambini e la figlia di una delle cameriere addirittura gridò, terrorizzata.

«È il miglior re che Cornucopia abbia mai avuto» disse Robi, che l’aveva sentito ripetere tante volte da sua madre.

«No, non è vero» ribatté Margherita, a gran voce. «È egoista, vanitoso e crudele!» 

Egoista, vanitoso e crudele!” Queste le parole che Margherita di Maggio, la figlia della sarta deceduta, rivolge al re. 

È la prima volta che gli viene mossa un’accusa. Il suo massimo desidero è essere un sovrano amato e stimato. L’idea che qualcuno possa avere un’opinione negativa del suo operato lo devasta, per questo decide di dedicare più tempo all’ascolto delle richieste dei suoi sudditi. Durante una giornata delle udienze, però, un uomo che proviene dalle lontane terre delle Paludi informa il re che il suo cane è stato mangiato dall’Ickabog, un mostro di cui si vocifera solo nelle leggende, ma che nessuno ha mai visto. Per fare una buona impressione sul popolo, re Teo decide di partire per dare la caccia al terribile Ickabog.

Parte con i suoi inseparabili amici Lord Flappone e Lord Scaracchino, e un manipolo di soldati tra cui il maggiore Raggianti. 

Durante la spedizione, però, qualcosa va storto, e per errore Lord Flappone usa il suo archibugio e colpisce a morte il maggiore Raggianti. 

Lord Scaracchino, abituato a trarre profitto da ogni situazione, anche dalla più spiacevole, non esita a mentire per nascondere l’accaduto. 

Al ritorno a palazzo, dice dunque a tutti che il sovrano aveva visto il mostro e aveva tentato di colpirlo. Ma, poiché la spada del sovrano, fatta prontamente sparire,non era servita a fermarlo, il maggiore Raggianti, con coraggio, per difendere il suo re era stato vittima dell’Ickabog.
È solo la prima di una lunga serie di menzogne e omicidi che Lord Scaracchino, tramando alle spalle del re, racconta al popolo e al sovrano stesso, costruendo un altissimo e terrificante castello di bugie, riuscendo così a diventare Primo consigliere.
Chiunque osi schierarsi contro di lui o anche solo fare qualche insinuazione, va incontro ad un terribile destino.
Cornucopia tornerà mai la terra felice di un tempo? 

Lo stile dell’autrice si adegua perfettamente a quello di una fiaba, con una narrazione semplice, numerosi richiami al lettore e una prosa frizzante e curata che rende la storia particolarmente incisiva, anche grazie a personaggi delineati con descrizioni efficaci, capaci di dare forma ad immagini vivide nella mente di chi legge

Ho ritrovato, inoltre, la sottile ironia che caratterizzava anche la saga di Harry Potter. Con la quale l’autrice ha abituato i suoi lettori a giochi di parole con i nomi dei protagonisti, veri e propri “nomen omen”. Questa caratteristica che inevitabilmente un pò si perde nelle traduzioni, viene resa egregiamente dalla traduzione italiana.

Scaracchino e Flappone sono due uomini crudeli, pronti a tutto pur di raggiungere i loro scopi e arricchirsi alle spalle del sovrano Teo, che giudicano stupido e che, con astuzia e complicità, manovrano come un fantoccio. 

Entrambi i nobili erano adulatori esperti e si fingevano meravigliati di quanto Teo fosse bravo in tutto, dall’andare a cavallo a giocare alle pulci. Se Scaracchino aveva un talento particolare, era quello di persuadere il re a far cose che convenivano a lui; e se Flappone aveva un dono, era quello di saper convincere il re che al mondo non c’era nessuno che gli fosse più fedele dei suoi due migliori amici.”

Scaracchino, vero antagonista del romanzo, ha una mente crudele. Prova piacere sentendosi potente, sapendo di avere la vita degli altri tra le sue mani e un perverso compiacimento nell’identificare il punto debole di ogni persona che ricatta. Farebbe qualsiasi cosa pur di raggiungere i suoi scopi.

Dopo aver imbastito la prima bugia, si rende conto di non poter più tornare indietro. E di non volerlo neppure, poiché trae un sottile divertimento dalla facilità con cui il sovrano crede alle sue parole.

Se possibile, Lord Flappone è un uomo persino più abietto di Lord Scaracchino: egli infatti di solito non prende particolari iniziative, ma accoglie le cattiverie del compagno con disinteresse e freddo distacco, quasi con indifferenza, preoccuppandosi unicamente del proprio benessere. Inoltre, sebbene abbia ucciso il maggiore Raggianti, non mostra mai alcun segno di pentimento. 

Re Teo appare al lettore da subito come una figura ridicola: si lascia abbindolare da tutti e crede a qualsiasi storia palesemente falsa pur di restare nascosto nel proprio angolo di sicurezze, poiché lo preserva dalla sofferenza che proverebbe se si rendesse conto di essere un inetto. 

Ai tempi della nostra storia il re si chiamava Teo il Temerario. “Temerario” l’aveva aggiunto lui la mattina dell’incoronazione, in parte perché stava bene con ‘Teo’, ma anche perché una volta era riuscito a catturare e uccidere una vespa tutto da solo, se non contiamo i cinque valletti e il lustrascarpe.”

Le accuse di Margherita di Maggio lo feriscono profondamente perché, in fondo al suo cuore, le riconosce come vere. 

Il male, scrive Stefano Benni, non può essere chiamato con altri nomi, eppure è proprio questo che cerca di fare Lord Scaracchino: attribuisce al male un nome e disegna perfino un suo volto, costruisce per lui delle false fattezze, vuole dare una forma agli incubi che inquietano il sonno del popolo. 

L’Ickabóg, la creatura leggendaria attorno a cui si costruisce l’intera vicenda, rappresenta l’indifeso, l’estraneo, il nemico senza volto, capro espiatorio di ogni ingiustizia di cui non si conosce il colpevole, gli viene attribuito un male di cui i veri colpevoli sono gli uomini. 

Margherita si rannicchiò sotto la coperta nel tentativo di scaldarsi. In tutti quegli anni, non era mai riuscita a convincere Marta che l’Ickabog non esisteva. Quella sera però avrebbe voluto credere anche lei nel mostro, invece che nella malvagità umana che aveva visto negli occhi di Lord Scaracchino.” 

L’Ickabog è un romanzo potente, intenso, che mostra in chiave fiabesca la cattiveria umana in maniera quasi brutale. 

Un’opera per bambini, ma che anche – e soprattutto- gli adulti possono leggere e capire, perché conoscono la crudeltà del mondo, e sapranno individuare e apprezzare ogni amara sfumatura del libro.

Questo articolo è stato scritto da Chiara Capuano, collaboratrice esterna

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