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Questo fine settimana l’ho dedicato quasi interamente alla lettura di Oceano Nero. Lo dovevo al santo protettore di Malamocco. Troppo del mio immaginario marittimo appartiene a Corto Maltese, addirittura prima di Corto Maltese. Il suo volto scapigliato da giovane Keith Richards era un ideale estetico a cui voler somigliare, e la storia della linea della mano incisa con una scheggia di vetro poi? Ma cosa vogliamo dirne.  

Proprio per questa ragione, per dirla con Emiliano Mammucari, mi ci sono avvicinato lentamente e guardandolo pure in cagnesco. Certo i disegni in bianco e nero di Bastien Vivès, che già ho apprezzato nell’eroticissimo Una Sorella (edito da Bao qualche anno fa) presentavano una linea morbida e rassicurante. La scala di grigi riempie la tavola in modo efficace anche se lascia a chiedersi come sarebbe potuto emergere con una colorazione intensa, magari la stessa dei Corti sudamericani (ed in rete si trova pure qualcosa). 

Ma nel caso della versione sudamericana (che no, non è conclusa ed anzi è in arrivo un nuovo volume in principio di prossimo anno) lo stile moderatamente apocrifo lo fa amare con l’indulgenza di non dover fare a tutti i costi i conti con Pratt. Questa nuova versione reboot ci spinge con tutte le energie in quella direzione che invece tanto avremmo voluto evitare. 

E arriva la domanda la più ovvia. Perché spingere in avanti le avventure di un secolo, contestualizzandole nel 2001 all’alba dell’11 settembre? Questo è un dettaglio che mi ha lasciato perplesso. Non a caso il volume è uscito nel weekend del ventennale di quel maledetto evento che, da solo, probabilmente è riuscito a cambiare la storia di tutto il mondo occidentale. Ma di fatto, la presenza di quell’elemento della storia è assolutamente cosmetica. Certo compare Colin Powell che deve correre indietro in America per l’emergenza. Ma Colin Powell, oltre a commentare gli atteggiamenti di Corto come poco patriottici (dimenticandosi che lui americano non lo è) non fa molto altro. Corto stesso sembra motivato in maniera assolutamente svogliata.  

Ci sono tutta una serie di elementi che rendono Corto quello che è e che qui sono totalmente assenti. La dimensione onirica , e poi quella esoterica. Certo, direte voi, ma se volevi quelle cose, leggiti il Corto originale. Ok, ma allora perché chiamare Corto questo personaggio ? 

Martin Quenehen prova a connettere le fila di una corsa all’oro che lo spinge ai due bordi del Pacifico, in una ricerca di una pietra che dovrebbe avere proprietà imponenti e che invece, cela un significato ben più semplice.  

In tutto ciò non manca un incontro con un novello Rasputin che in un paio di frasi ad effetto somiglia per davvero al Rasputin che conosciamo. Ma che poi si perde tralasciando quel goffo antagonismo amoroso che lega i due personaggi.  

Se dovessi leggere la storia senza conoscerne il titolo, la troverei persino interessante e ricca di spunti. Una moderna storia di rocambolesche avventure che potrebbe far felice Paco Roca e la Naughty Dog di Uncharted. E già non mi sembra una cosa da poco. 

Il problema però è la misura col tempo e l’esempio che non raggiunge quello che uno si aspetta. Prendere le misure a Corto Maltese, così amato nel mondo da essere un’isola nell’universo DC dai tempi di Frank Miller, è difficile. Ci si può provare, ma se ci arriva troppo vicini, lo si scimmiotta. Se si va troppo lontani, si è fuori tema. Insomma, un lavoro ingrato. 

Che mi turba nella misura della riedizione anche grafica. Il cappello da marinaio, come il suo cappotto e i pantaloni larghi avevano già da soli una forza evocativa disarmante. Il cappellino da baseball e la giacca militare assumono altre valenze, ma non mettono a fuoco il personaggio. 

È il protagonista di Jarhead che sente la musica dei Doors nella Guerra del Golfo.  

Si potrebbe chiudere la faccenda pensando ad un atto di vanità degli autori, ma non riesco a fare a meno di pensare che ci debba essere molto di più dietro, che però mi sfugge. E questa incomprensione mi fa credere di essere io, in qualche modo, ad aver fallito.  

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