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Riecco la coppia d’oro. Alessandro Bilotta e Segio Gerasi tornano assieme (li seguo con un tifo da stadio dai tempi di Valter Buio!) e lo fanno coi fuochi artificiali.  

La storia che appare in questo nuovo capitolo della saga del pianeta dei morti (una risata vi resusciterà) è così  intensa e coinvolgente che non si riesce a staccare gli occhi dalle tavole neppure a volerlo. Difficilmente una fusione così intima tra scrittura e disegno porta a risultati così intrinsecamente intensi.  

La storia di Waldo è una sorta di origine segreta ed in certi versi mi ha ricordato il Joker cinematografico  che a sua volta rimanda a King of Comedy. Ma non crediate che sia un riferimento messo a sottolineare qualcosa di poco lecito. Al contrario, è una nota che serve a trasmettere l’ambientazione, a farvi traspirare il livello di degrado che trasuda dalle tavole di Sergio. Quella Londra periferica lercia e malandata. Che a volte richiama la copertina di un disco dei Pink Floyd, altre, in modo occulto, lo Shining di Kubrick. Cantavano gli Hefner negli anni ’90, amiamo la City, perché ci butta giù.  

Seguiamo la storia di Waldo da quando l’epidemia zombi che devasta questa versione dell’universo Dylaniato inizia a diffondersi. Siamo dalle parti del paziente zero, ma ancora non lo sappiamo. Quello che apprendiamo invece è la storia di un bugiardo patologico, ruffiano ed intrallazzatore. Un racconto minimalista che trasmette lo squallore di una vita costruita sullo stancante ammassarsi di fandonie una appresso all’altra. E non è una sorpresa che ad un certo punto Waldo collassi per la stanchezza.  

Waldo vorrebbe fare l’attore, per giunta drammatico. Racconta storie che non fanno ridere nessuno, neppure nel piccolo locale dove si esibisce la sera. Intanto fa il padre di famiglia sposato ad una ricca ereditiera e promette ad un’altra donna amore e matrimonio. Le bugie, spiega, sono il solo modo di non impazzire. Eppure la sua strada sembra illuminata da un destino più sinistro. Ben prima che un morto vivente provi a divorarlo, la sua vicenda è intessuta in una trama più ampia che vede alcune facce note intente a tesserla.  

Ma più di ogni altra cosa questa storia, solo in maniera apparente sconnessa da tutto il resto, è una maestosa indagine su quello che sembra reale. Sulle sicurezze che nutriamo tutti i giorni e su come possano vacillare per mano delle persone che amiamo. È chiaro che qui sto empatizzando con le due famiglie di Waldo.  Alessandro è bravissimo a mostraci la sua figura in maniera quasi tenera e malinconica. Senza puntare mail il dito. Una figura di un uomo che lotta quasi in maniera romantica contro la realtà e che alla fine deve pure farci i conti. Ma in questa storia non è lui la vittima, e anzi, le sue gesta porteranno ad una conclusione ben più che amara e ad un twist che ci farà identificare questo personaggio con… 

Come dirvelo? 

Potrei non farlo. Fossi un recensore più bravo, ve lo farei intuire senza rovinarvi l’attesa. Ma d’altra parte la storia è così bella proprio perché un viaggio, perché un year zero così sentito e possente che non serve nascondervi chi sia il protagonista. E Alessandro e Sergio usano questo volume per raccontare l’origine segreta di Groucho come nessuno l’ha fatto mai. La pazzia insita nel personaggio o soltanto nel vederlo per anni accanto a Dylan Dog senza che questi muova mai un solo dubbio sul suo passato viene finalmente lacerata. E proprio quando si dovrebbe pensare che troppa verità impoverisca la magia invece scopriamo che questo racconto dona profondità ad un personaggio che non potrebbe mai essere solo una linea comica.  

Che poi tutto questo sarebbe fantastico lo stesso ma bisogna che vada amplificato dalle matite di Sergio Gerasi. Quel tratteggio solo apparentemente fragile che sembra collassi e che invece non lo fa mai. Ogni linea piazzata dove deve essere, la regia micidiale e carica di dettagli. Quella capacità di rendere Waldo anonimo e completamente unico. Sergio ha un tratto in continua evoluzione, ogni pagina si mostra come un piccola sequenza di forme e gioia pura. Sergio ama quello che fa e lo si vede da come rende sbarazzina ogni figura femminile e dettagliata ogni inquadratura, riempendola di riferimenti e citazioni. 

Si dice che lo spazio bianco è il momento più importante di una storia perché ci racconta quello che non si vede. E i tempi di Sergio sono encomiabili. La storia di Waldo è una commedia anche se con l’amaro in bocca, ed ogni gesto anche apparentemente casuale è invece misurato e funzionale alla storia. Tutto diventa essenziale in una tsunami di informazioni che lascia pensare a tavole originali gigantesche.  

C’è una frase, detta da Groucho sul finale ‘la bugia più grande è quella di far credere a chi ci mente che gli crediamo’ la cui origine mi riporta ad un oscuro gruppo Facebook del 2012 che definisce perfettamente la parabola di Groucho. Una scena molto simile la troviamo nei Soprano, quando Tony deve far fuori Pussy Bonpensiero. C’è un limite oltre il quale non si può credere alle menzogne. E oltre quel punto o smetti o diventi matto per sempre. 

Bravi. Ma bravi davvero.

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