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Era rimasta nella pila delle cose da leggere per qualche settimana. Non per delle remore. Tutt’altro. Proprio perché a partire dalla grafica di copertina, con quei personaggi dal design morbido in netto contrasto con i colori duri, quasi spettrali, dava l’idea di essere qualcosa che meritasse profonda attenzione. 

E così in effetti è. 

Le scarse ottanta pagine di Va tutto bene raccontano la storia di un abisso. Non è uno sprofondare nella pazzia, quanto piuttosto un indagare cosa succede quando si è già toccato il fondo da un po’. 

Ad averlo raggiunto è Luisa, maestra rigida, quasi sadica di un piccolo paesello della provincia. Uno di quelli dove, se sei arrivata ad una certa età senza un compagno, è abbastanza probabile che resterai sola per tutta la vita. La chiave di lettura che Luisa ha del mondo è proprio la crudeltà: scopriremo più avanti col procedere della storia. E con la crudeltà si approccia al suo mestiere. Insegnare è quasi una tortura, ha poco rispetto e tolleranza per chi resta indietro. Non comprende la deriva tecnologica del mondo moderno, non accetta che la diversità, da quello che è lei e anche da quello che dovrebbe essere, abbia raggiunto tutti gli altri. Insegnanti, genitori, studenti. 

Se la prende per la maggior parte con Rachele, una bimba con qualche problema di apprendimento. La bulleggia, la umilia, la punisce per errori inconsistenti. Più i genitori cercano una forma di apertura e dialogo, più Luisa si incattivisce.  

Con i colleghi non va certo meglio. Siamo ad un punto in cui ancora non si parla alle sue spalle, ma di sicuro le si presta maggiore attenzione quando attraversa i corridoi. Solo un nuovo maestro, Mauro, cerca di mostrarle qualche attenzione. Attenzioni che fanno irrimediabilmente ad essere fraintese e che fomentano la sua personalità delusionale. Ad un certo puto Luisa scoprirà che non ci sarà mai nessuna possibilità per lei visto che Mauro ha una relazione con una bidella. E non è tanto la rivalità con un’altra donna, quanto il fatto che si tratta di qualcuno con un rango che lei reputa inferiore ad incrementare la rabbia, e renderla cieca ed incontrollata. 

Il peggio succede quando Luisa incrocia Rachele fuori dalla scuola, in una condizione dove le normali convenzioni docente-dicente smettono di esistere e di conseguenza a certi limiti è concesse di infrangersi.  

Non vi racconterò cosa succede, perché vorrebbe dire rovinarvi la lettura. Posso solo sottolineare che in una singola battuta, cardine, Rachele forse mostra una maturità maggiore di quella che i suoi otto anni le potrebbero consentire. D’altra parte è in quel singolo momento che il baratro si spalanca ulteriormente e Luisa molla gli ormeggi. 

La sua mente alla deriva diventa vittima di illusioni e paranoie che ci mostrano il vero mostro. Nessuno probabilmente nasce cattivo. (ok qui c sono le dovute eccezioni). Se molti lo diventano è per il tipo di infanzia che hanno avuto, se hanno ricevuto attenzioni, e quanto affetto c’è stato. 

Leggendo le ultime pagine di questa storia, che vi assicuro, sono un viaggio morboso nella psiche di questa donna, non ho potuto non pensare ad un aforisma preso da Fight Club di Chuck Palhaniuk. Se sei cresciuto ina civiltà di stampo occidentale, tuo padre è il tuo modello di dio. E dovresti cominciare a familiarizzare con il concetto che dio potrebbe anche odiarti. 

Graficamente il lavoro di Nicolò Fila è quanto mai affascinante. La scala di grigi su cui costruisce la sua palette cromatica contribuisce a tenera alta l’attenzione sul personaggio ed il suo viaggio verso l’abisso. Una sola eccezione viene concessa, ed è il rosso carminio. E vi sto già rivelando troppo. 

Le tavole sono cariche di dettagli e, pur mantenendo uno stile minimamente cartonesco, in realtà definiscono alla perfezione la realtà di una provincia meccanica ed impietosa. 

La trasformazione che Luisa affronta è toccante, anche se non possiamo condividerla proviamo pietà per la vita. Ed il tratto con cui i suoi lineamenti lentamente vengono deformati ci mostra le tappe di questo tragitto. 

È la terza volta che Shockdom mi colpisce dritto allo stomaco con le sue storie (le altre sono qui e qui). E la capacità di toccare elementi così forti con così tanta delicatezza, non è propriamente da tutti. 

Bravi.  

Ryo Flywas

un nerd che si racconta ai nerd. Scrivo per passioni (al plurale). Conduco il the Flywas Show tutte le sere, venti minuti a sera. il mio sogno? la perfetta collezione di cultura nerd!

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