l’acchiapparane, il nuovo incubo di Jeff Lemire

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Dopo averci abituato alle vicende misteriose nella serie Gideon Falls e alla visione post-apocalittica con Sweet Tooth, per citare due dei suoi lavori più noti, stavolta Jeff Lemire ci riporta in una storia più intima e introspettiva.

Un bambino che cerca le rane. Un anziano che si risveglia in una camera di albergo e trova due rane morte sulla porta da non aprire. Un ragazzino gli dice di fuggire perché Re Rana potrebbe prenderli. Il ragazzino sa bene quello che c’è da fare e il protagonista lo segue verso l’esterno di quell’edificio che si rivela essere L’Edgewater Hotel, un edificio costruito come una palafitta sull’acqua con uno splendido panorama. Il legame tra il luogo e l’uomo è molto più stretto di quello che si crede: è lui ad averlo costruito come architetto. L’anziano sa che tutto quello che ha costruito è legato al suo lavoro, ma ha perso l’affetto del figlio e soprattutto capisce di dover morire. Nello stesso momento lo capisce anche il lettore e ritornano alla mente le prime tavole del fumetto. I colpi al cuore non mancano e ce ne saranno altri prima della fine.

Nella visione di Jeff Lemire, autore completo del graphic novel, c’è una sensibilità verso il bambino che ci portiamo dentro, un filo invisibile che unisce come eravamo da quelli che siamo diventati e che ci trasporta in un viaggio onirico prima nella dimensione dell’incubo, poi in quella del sogno. Ritrovare se stessi e ammettere i propri errori sembra la chiave per poter uscire non solo dall’albergo, ma dalla vita stessa senza rimpianti. Magari inseguendo una rana come ci piaceva fare da bambini.

Se all’inizio fatti e personaggi sono scollegati tra loro e danno un senso di estraneità, mistero e suspence, poi la storia diventa introspettiva e tutta la sensibilità dell’autore riesce ad esprimersi più nei dialoghi che nei disegni a mio parere, ma soprattutto nel modo in cui viene suddivisa la storia come fossero scene da film. I colori bianco e nero e le linee scarne si mantengono inalterati sia quando c’è il bambino che corre dietro alle rane, sia nelle scene con protagonista l’architetto anziano. Solo nel finale, le ultime pagine piene di colore riescono a far comprendere l’intera storia e quanto sia commovente e reale il viaggio fatto dai personaggi che ci conducono per mano anche attraverso i nostri ricordi. Commovente.

“Il gioco è questo. Dobbiamo trovare una via di fuga prima che lui ci prenda” è la frase cardine sulla quale ruota l’intera vicenda.

Archetipi narrativi come morte, destino, innocenza e giovinezza si susseguono e l’autore riesce ad inserirli senza complessità, con una linearità narrativa e grande sensibilità che ne fanno un’opera che tocca il cuore senza essere banale e ci riporta al senso della vita e dell’esistenza.

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