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Arriva il nuovo Old Boy, squisitamente a tema stagionale. Come da consuetudine il tema è Halloween, ma fate attenzione, perché potreste trovare qualche sorpresa. Il formato a due storie del balenottero continua a funzionare anzi, secondo me, proprio l’aspetto ‘festivo’ fornisce una giustificazione in più all’acquisto.  

Quello che ci troviamo di fronte offre lo spaccato di due storie che sono legate da un tema conduttore che scivola appena sotto traccia ma che non possiamo fare a meno di trascurare. Si tratta dei figli. E comunque la si voglia considerare, la paura di perdere i figli, o l’orrore di considerarli come un fardello, è qualcosa di straziante e doloroso.  

Va da sé che, essendo sotto traccia è un tema che ferisce ma non uccide. Lasciando ad altri orrori l’incombenza. Ne I figli dell’illusione, titolo abbastanza profetico, torna Paola Barbato a scrivere le gesta dell’inquilino di Craven Road (suo anche l’ultimo numero uscito per la serie regolare) accompagnata questa volta da Gianluca Acciarino. La storia è una considerazione sul raggiungimento e la perdita del successo. Protagonista è Devin Cross un illusionista in stile David Copperfield che sembra abbia sacrificato il destino dei propri figli per il conseguimento della fama terrena. Scopriremo che non è proprio così. Non solo : almeno altre due linee principali si innestano in questo complesso costrutto narrativo dove oltre al più faustiano dei patti compare anche il concetto di doppelganger e si intravede la struttura di una burocrazia infernale che già di per sé dovrebbe essere una ripetizione.  

L’inversione del punto di vista raggiunge il climax con la comparsa di Krista, moglie di Devin e completamente immersa nella parabola, stavolta discendente, del rapporto col successo. Il suo ruolo nella scomparsa dei figli è molto meno banale di quanto ci si possa attendere e la Barbato, da profonda conoscitrice di Dylan Dog, ci offre una visione del personaggio dove, ancora una volta, essere schierato dalla parte dei mostri è un gesto naturale piuttosto che una scelta opportunistica. 

Ad accompagnare la complessa trama della Barbato ci sono le matite di Acciarino, forti, cariche di neri che rimarcano i lineamenti dei personaggi esternando tutta la tensione interiore in una resa degna del miglior espressionismo tedesco.  

Il colpo di scena della tavola finale, credetemi, vale da solo il prezzo del biglietto. 

La seconda storia, è un piacevole divertissement in chiave natalizia. Sarà perché la neve gioca un ruolo chiave nella storia. Sarà perché probabilmente siamo ancora troppo europei e finiamo per dare maggior peso al vecchio signore con le renne parlanti piuttosto che alla testa di zucca.  

Lei abita ancora qui vede Gigi  Simeoni alla prova come autore completo. Il risultato è una ghost story inquietante dotata, come ogni ghost story che si rispetti di una inversione finale. Per maggior rispetto del canone, ci troviamo ad omaggiare in maniera anche abbastanza esplicita Shining, che non guasta mai nel contesto di perenni anni ’80 del nostro. Cosa abbastanza curiosa, è la seconda volta di fila che mi viene in mente the Haunting of Hill House (sempre serie, non libro, noioso. Ne parlo qui) . Ci troviamo nella campagna inglese, in una vecchia casa nobiliare dove il vecchio lord scompare in circostanze misteriose. Anche se allo spettatore è concesso di sapere più che al protagonista, che inizialmente parla di una macchina precipitata in un lago ghiacciato, ben presto scopriamo che il marcio è tutto in Hamilton House dove sembra alberghi il fantasma di una bambinaia intenta a nutrire la propria vendetta. 

In questo viene data la classica interpretazione del fantasma come una sorta di proiezione dove le azioni percorse in vita vengono eseguite poi in una ripetizione avulsa però dalla memoria.  

Il finale si rivelerà essere molto più sconvolgente e realistico. L’arroganza e l’opulenza del patriarcato verranno evidenziate in un contesto dove l’inquietudine iniziale avrà già fatto posto all’adrenalinico cambio di tempo del thriller finale. Simeoni è una bravo disegnatore e lavora con dovizia di particolare e dettagli a tutti gli aspetti della storia, andando a scavare nelle profondità di Hamilton House per trovare una verità che vesta la storia.  

Il solo dubbio in questo caso è l’assenza di una dimensione psicologica dell’orrore. Le apparizioni dello spettro sono molto visuali, ma manca la nausea, le vibrazioni la sensazione dei peli drizzati alla base del collo.  

Si tratta di un numero che gestisce storie che potrebbero entrambe essere raccolte in una antologia dal sapore weird. Molto visuali e dalla connotazione squisitamente fisica. L’aspetto psicologico rimane un po’ in disparte ma, come in ogni storia horror che si rispetti, la chiave di riflessione permette letture a più livelli. E lascia spazio affinché l’immaginazione prenda il controllo. 

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