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Nathan è stato il primo personaggio Bonelli di cui ho cominciato a leggere le storie sin dal numero uno. Non significa che lo abbia seguito da allora, anzi, ho abbandonato e ricominciato a più riprese. Ma,  in concomitanza con lo scorso Trieste Science+Fiction festival, circa un anno fa (ne parlo qui con maggiore dettaglio), ho cominciato ad affezionarmici e sto cercando di mantenere una frequenza abbastanza regolare.  

In fin dei conti siamo a trenta anni giusti dalla nascita del personaggio e, ovviamente, di cose per me e per lui ne sono cambiate parecchie. Ma se molti numeri non mi avevano particolarmente colpito, quello uscito lo scorso mese, e che solamente adesso sono riuscito a recuperare, vanta una scrittura formidabile.  

Slegato dalla solita continuità, potrebbe essere l’ideale punto di inizio per qualsiasi lettore. Non fosse che, in un certo modo la storia trasmette una tristezza di sottofondo. Nathan racconta di essere un uomo anziano, quasi troppo vecchio per le missioni d’azione e che non sa quanto queste potranno ancora durare. A dirvela tutta nello stesso mese anche Martin Mystere fa dichiarazioni più o meno simili sul suo albo. Abbastanza da farmi desiderare che si tratti solo di una inquietante casualità 

In ogni caso, Nathan si trova su una stazione spaziale con una missione a carattere scientifico ed il suo compito è quello di osservatore. Il fattore umano (o human, proprio come la H titolo dell’albo) è estremamente pubblicizzato dalla multinazionale (il termine zaibatsu non è più sufficientemente cyberpunk?) che l’ha ingaggiato, ed il compito di Nathan è proprio quello di scoprire se tutti gli elementi dell’equipaggio possano funzionare sotto pressione, oppure il pericolo di un disastro che trasformi il potenziale umano in capitale umano sia letteralmente dietro l’angolo.  

La storia è raccontata attraverso la voce narrante di Nathan che ci accompagna attraverso tutto il suo dipanarsi. Prigioniero di una stiva carica di cose più o meno utili Nathan perde le tracce di tutto il resto dell’equipaggio, non sa né chi sia vivo né chi sia morto ed il suo unico collegamento con l’esterno è un vecchio interfono con proiettori olografico che gli comunica che tutto l’equipaggio sta reagendo ad una fuga di gas potenzialmente tossico capace di generare dai malesseri più semplici fino alle paranoie più complesse. 

Come nella migliore fantascienza di matrice ansiogena, l’agente Alpha per eccellenza dovrà escogitare un modo per riuscire a scappare ed informare la terra che qualcosa non è andato per il verso giusto. 

L’atmosfera asfittica e paranoide, che non permette di capire fino in fondo neppure quanto Nathan sia poi infetto è forse l’elemento  che singolarmente permette di valorizzare la narrazione. Michele Medda, uno dei papà di Nathan e già nella banda dei sardi (insieme a Serra e Vigna), crea una narrativa solida e fresca dove l’aroma della fantascienza classica è dietro ogni angolo ma dove anche, proprio l’elemento umano permetterebbe di inserire in qualsiasi altro contesto questa storia.  

Rosario Raho ci mostra un Never che ricorda da vicino quello di Castellini. Un’accezione classica, quasi statuaria. La sua capacità è quella di rendere ogni fisionomia differente, ogni espressione caratteriale distante dallo stereotipo. Per una volta prive di retinatura o di rimandi alla sci-fi nipponica, il design, e le vignette, assumono una connotazione massiccia, europea. Funzionale e fresca.  

L’idea di base, quella di un gruppo di esseri umani problematici rinchiusi in un posto pericoloso ed isolato, lascerebbe spazio a numerosi topoi; ma la verità è che la regia di Raho, così come la scrittura di Medda, ci consegnano una storia fresca pur essendo abbondantemente catalogabile nei meandri della Sci-Fi di estrazione classica. 

L’elemento chiave, è quello di un essere umano fallibile, solo e contro tempo e uomini che decide di non arrendersi, e sfidarsi, fino a rendere la sua disfatta un eventuale variabile per nulla scontata. 

Punto di chiusura non proprio da sottovalutare, l’epilogo, inserito narrativamente mesi dopo la vicenda stessa, permette di darne una dimensione altra, assolutamente romanzata e per nulla seriale. Incrementando la maturità di ambientazione e vicenda in modo assolutamente non banale.  

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