Disperanza: Il Primo Vero Fumetto Z Gen della Bonelli, tra Demoni e Roma Deserta – Un’Eco Apocalittica che Riecheggia Kirkman, Stern e Demon Slayer
In un panorama editoriale italiano che fatica a rinnovarsi, tra reboot stanchi e formule seriali che arrancano contro l’assalto dei contenuti streaming, Sergio Bonelli Editore irrompe con Disperanza, il nuovo cartonato della collana Audace, sceneggiato da Samuel Spano e disegnato da Nova con i colori di Matteo Grilli.

Ambientato in una Roma distopica del 2400 – un futuro prossimo e claustrofobico, reso ancor più opprimente dal cambiamento climatico che ha desertificato la penisola –, questo fumetto non è solo un’esplorazione audace del genere horror-fantasy, ma si candida a essere il primo vero prodotto “Z gen” della storica casa editrice: un’operazione fresca, ibrida e consapevole, che mescola influenze globali con radici locali, e che potrebbe rivelarsi un’arma vincente per rilanciare Bonelli verso un pubblico giovane, stanco di formule consolidate e affamato di storie che parlino di identità fluide, traumi interiori e mondi in frantumi. In un’era in cui i teenager scorrono TikTok alla ricerca di narrazioni che intreccino apocalisse personale e collettiva, Disperanza arriva come un pugno allo stomaco: non un semplice horror, ma un’allegoria del collasso interiore in un’Italia che brucia.
Graficamente, Disperanza è a tutti gli effetti un “manga europeo”, un’etichetta che Bonelli ha già esplorato con successo in titoli come Attica di Giacomo “Keison” Bevilacqua – un ciclo di storie brevi che fondeva umorismo surreale e introspezione psicologica in un’estetica ispirata al fumetto nipponico, con quel tocco di quotidianità alienata che ricordava Chainsaw Man. Qui, però, la scelta non è solo stilistica, ma di attitudine: Nova evolve il suo segno rispetto ai primi lavori (Stelle sparo per Bao Publishing, dove il tratto era ancora grezzo e introspettivo), abbracciando un tratto fluido e espressivo che richiama i manga degli anni 2000, tipo Fullmetal Alchemist – con le sue alchimie morali e i corpi martoriati dal peccato – o Death Note, per quel gioco di ombre psicologiche che si insinua nei volti. I protagonisti, in particolare, incarnano questa fluidità: corpi che si piegano come inchiostro vivo, volti che oscillano tra innocenza e orrore, con un’attenzione ai dettagli anatomici che Nova ruba ai maestri nipponici, rendendo ogni possessione un’esplosione viscerale. La colorazione di Grilli è strepitosa – palette terrose e ossidate per una Roma desertificata, con sabbie gialle che inghiottono cupole e archi trionfali, e lampi di rosso demoniaco che bucano le pagine come ferite aperte –, anche se in certi pannelli il comparto grafico sfiora troppo da vicino Dodici di Zerocalcare, quell’unica nota debole di Michele Rech dove l’ambizione cyberpunk si perdeva in un eccesso di dettagli caotici, rischiando di appesantire la narrazione invece di accelerarla come un tuono.

La trama si snoda in una Capitale disgregata ma non del tutto svanita: un’arena post-apocalittica alla Mad Max, con rovine barocche invase da sabbia e nebbia tossica, dove la Chiesa ha forgiato orde di esorcisti ecclesiastici in tunica nera – una milizia teocratica che evoca i preti guerrieri, contrapposti a tribù di posseduti nomadi, marchiati da sigilli infernali come i mutanti cannibali del deserto. Lo scontro tra i due non è mera ideologia – bene contro male in salsa teologica –, ma una frattura viscerale: collisioni di poteri preternaturali, con fiamme che divorano l’aria e anime che si squarciano in duelli corpo a corpo, scene che pulsano di un’energia brutale simile a quella di The Walking Dead di Robert Kirkman, dove l’apocalisse zombie non è solo sopravvivenza fisica, ma un’eterna lotta contro la corruzione interiore. È qui che entra il cuore tematico, un’eco diretta di Samuel Stern (la serie Bugs Comics di horror demoniaco che ha già sdoganato possessioni urbane in chiave psicologica, con il suo protagonista Samuel che affronta il male come proiezione di nevrosi collettive): la possessione demoniaca non è un’invasione casuale, ma scatta proprio in quel momento di “spaccatura insanabile nell’anima”, un trauma che lascia crepe attraverso cui il male filtra come fumo. Un concetto affascinante, che Spano adatta con intelligenza per esplorare fragilità umane contemporanee – depressione, disforia, rifiuto familiare – e che, va detto, trova un parallelo intrigante nella demonologia cattolica ufficiale, dove le possessioni sono spesso legate a vulnerabilità spirituali come peccati gravi, mancanza di grazia o “porte aperte” attraverso patti e malefici .

Questo nucleo tematico – la possessione come metafora di un trauma che trasforma l’umano in mostro, con la redenzione affidata a legami familiari spezzati e ricostruiti – colloca Disperanza in un dialogo serrato con due pilastri del genere: Outcast di Robert Kirkman e Samuel Stern, ma non si può ignorare che il manga più acclamato sulla “questione demoniaca” – intesa come lotta interiore contro il male radicato nel dolore personale – sia Demon Slayer: Kimetsu no Yaiba di Koyoharu Gotouge, un fenomeno globale che ha venduto oltre 150 milioni di copie e conquistato l’anime studio Ufotable con le sue coreografie di spada ipnotiche. In Outcast (Image Comics, 2014), Kirkman ribalta il paradigma esorcistico: il protagonista Kyle Barnes non è un eroe armato di croce, ma un “outcast” – un emarginato che attira i demoni come una calamita, perché il suo corpo è un portale per traumi irrisolti, abusi infantili e sensi di colpa familiari che lo rendono un conduttore perfetto per il male. Ogni possessione non è un evento isolato, ma un’esplosione di memorie represse: Kyle rivive il passato attraverso corpi altrui, prosciugato emotivamente dopo ogni rituale, in un ciclo di empatia distruttiva che trasforma l’esorcismo in terapia forzata. Disperanza riecheggia questo approccio con una dinamica fraterna speculare: Vissente, posseduto per ribellione autodistruttiva, diventa un’eco vivente del trauma di Istevene, costringendolo a un confronto che non è solo fisico ma catartico, dove il “condotto” demoniaco passa dal singolo al legame sangue, amplificando la vulnerabilità. Come in Outcast, Spano evita il manicheismo: i posseduti non sono monoliti malvagi, ma umani spezzati, e gli esorcisti – con la loro Chiesa oppressiva – rischiano di perpetuare il ciclo del trauma attraverso fanatismo, un tema che Kirkman esplora nei sobborghi americani marcescenti, qui traslato in una Roma che funge da labirinto di rovine emotive.
Rispetto a Samuel Stern, invece, Disperanza evolve il paradigma bonelliano: nella serie di Massimiliano Filadoro e Gianmarco Fumasoli, le possessioni sono spesso urbane e psicologiche, con demoni che sfruttano nevrosi moderne come l’isolamento digitale o la solitudine metropolitana, ma rimangono ancorate a un horror investigativo à la X-Files, con Samuel come detective razionale che smaschera il sovrannaturale attraverso logica e empatia. Spano, pur ereditando questa “spaccatura dell’anima” come porta d’ingresso per il male (un topos che Stern ha reso iconico), la spinge verso un’apocalisse collettiva: non più casi isolati in una Edimburgo piovosa, ma una guerra tribale in una Roma desertificata, dove il trauma personale si riverbera in fazioni ideologiche, rendendo la possessione un’epidemia sociale. È un ponte tra l’intimità sterniana e l’epica kirkmaniana, ma è Demon Slayer a fornire il contrappunto definitivo, elevando il tutto a livello shonen globale. Nel manga, i demoni non sono entità astratte, ma ex umani corrotti dal sangue di Muzan Kibutsuji – un virus sovrannaturale che preme sui deboli, sui disperati, trasformando il dolore (perdita familiare, povertà, malattia) in fame eterna. Tanjiro Kamado, il cacciatore protagonista, combatte non solo con la lama Nichirin, ma con un’empatia radicale: ogni demone evoca un flashback di umanità perduta, e la redenzione – o l’eutanasia misericordiosa – passa attraverso il riconoscimento del trauma condiviso. Disperanza cattura questa essenza con i fratelli Vissente e Istevene: la possessione di Vissente è un “sangue demoniaco” autoinflitto, un atto di disperazione che riecheggia la trasformazione di Nezuko (la sorella demoniaca di Tanjiro, che resiste al male per amore fraterno), mentre Istevene, come Tanjiro, usa il suo talento esorcistico non per annientare, ma per “respirare” attraverso il dolore, in sequenze di lotta che mescolano arti marziali demoniache a respiri catartici. Gotouge, come Spano, usa il战斗 (kessen) per dissezionare il lutto: in Demon Slayer, la “questione” è salvare l’umanità residua nei mostri; in Disperanza, è sigillare le crepe familiari prima che ingoino Roma intera. Kirkman aggiunge il realismo crudo dell’isolamento adulto, Stern l’ironia sul male quotidiano, ma è l’energia viscerale di Demon Slayer – con la sua regia fluida e i temi di resilienza queer-coded (pensa a Inosuke o a Mitsuri) – che rende Disperanza un omaggio perfetto, un “Demon Slayer romano” che infonde lo shonen con polvere di Colosseo.

E non fermiamoci qui: l’atmosfera desertica e tribale richiama Sweet Tooth di Lemire, con i suoi ibridi innocenti vaganti in un mondo post-pandemico, o Y: The Last Man di Brian K. Vaughan, dove il collasso sociale amplifica le fratture di genere – un tema che Disperanza tocca con mano attraverso la transizione di Istevene, rendendolo un’eco queer di Yorick Brown. Persino Bonelli ha già sfiorato queste acque con Orfani, la sua serie sci-fi apocalittica che mescolava orfani mutanti e madri clonate in un’Italia post-bellica, ma qui Spano va oltre, infondendo un horror intimo che manca ai blockbuster bonelliani.
Al centro di tutto, i fratelli Vissente e Istevene : adolescenti in una scuola per esorcisti – un’accademia rigida e punitiva, stile X-Men ma con croci al posto di artigli –, dove Istevene brilla per il suo talento innato, un’empatia sovrannaturale che lo rende un “toccasana” per le anime tormentate. Ma crolla psicologicamente quando Vissente, in un atto di ribellione autodistruttiva – forse un grido contro l’autorità paterna della Chiesa, o un flirt col caos per sentirsi vivo –, si lascia possedere volontariamente durante un rituale simulato. Istevene fugge, sparisce per anni, ricomparendo come meccanico in un’officina fatiscente nella “deserto della Magliana” – un quartiere periferico trasfigurato in wasteland, dove ripara veicoli corazzati per i nomadi, un mestiere che simboleggia il suo tentativo di “riparare” se stesso. Dopo una transizione di genere che simboleggia il suo rifiuto del passato – un arco narrativo coraggioso, trattato con sensibilità senza cadere nel patetico, e che aggiunge strati di complessità queer assenti in molti apocalittici maschili come The Road di Cormac McCarthy –, Istevene coltiva un desiderio di ricostruirsi da zero in un mondo che non perdona le cicatrici. Ma la vita lo insegue: Vissente non è svanito, si aggira per le strade di Roma come un’ombra posseduta, un predatore ibrido tra umano e demone – occhi luminescenti, vene nere come catene –, costringendo il fratello a un confronto inevitabile con i propri demoni interiori. È una narrazione intima, che intreccia horror soprannaturale con coming-of-age queer, rendendo Disperanza un ponte perfetto tra il pulp bonelliano e le sensibilità Z.

Unico appunto, su cui sono però molto dubbioso: la necessità di far parlare in romanesco i protagonisti. Otre ad essere poco realistico, rischia di cadere in un ruffiano per nulla necessario.
In conclusione, La Disperanza si rivela un’operazione riuscita e coraggiosa, che potrebbe davvero rappresentare la chiave per rilanciare la Bonelli verso il pubblico giovane. L’unione di una grafica innovativa, una scrittura che non teme il confronto con i temi del presente, un’ambientazione potente e personaggi fluidi e attuali, rende questo titolo un esempio da seguire per chiunque voglia raccontare il futuro del fumetto italiano. Un’opera che, come si dice a Roma, “nun se la racconta”, ma si vive tutta d’un fiato.
