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La dimensione del color fest è squisitamente sperimentale. In altri decenni avremmo detto, da rivista. Perché di questo si tratta in effetti : di un contenitore capace di mostrare aspetti inusuali dell’inquilino di Craven Road. E come spesso accade, la sperimentazione conduce alla ricerca e, basandosi su elementi totalmente innovativi, si riesce benissimo a distillare l’essenza stessa del personaggio. 

Succede alle due storie di questo numero, caratterizzate da stili e carature completamente differenti che, pure, rimandano al Dylan più primigenio del confronto con l’Altro.  

Quell’inutile complicazione, di Cajelli e Lauria rasenta la psichedelia. Di Lauria abbiamo parlato recentemente, proprio in concomitanza dell’uscita dell’albo della serie regolare. Il suo lavoro, sul bianco e nero del mensile è disturbante e scorre sotto pelle. Qui, l’aggiunta di una colorazione acida, con effetti di sfasamento ed una forte predominanza del nero sul bianco, porta la lettura a trasalire. Seguiamo Dylan, spettatore casuale di un disastro di eugenetica. La figlia di una sua fiamma, adolescente per nulla popolare, si lega ad un piccolo esperimento sfuggito da un laboratorio. Una creatura altra, vessata e mutata, intelligentissima e letale. L’ironia di quella complicazione la cogliamo solo nell’ultima tavola, nel mentre Cajelli prova a condurci in un turbinio di aringhe rosse.  

La citazione di Gary Jules è una piccola meraviglia. Ancora una volta, Dylan ci insegna che i mostri veri siamo noi. Senza possibilità d’appello. 

Cambia il registro nella Fossa degli Angeli, di Sicchio e Storti. Qui ci spostiamo nella ruralità britannica, nei pressi di una fattoria gestita da un vecchio solitario. La storia si connota sin dal principio su tinte fisiche molto forti e, se devo fare una considerazione veloce, l’ambientazione fa pensare più a qualcosa stile Preacher che al Regno Unito.  

Ma poco conta. Dylan a seguito di un messaggio da una medium si sposta fuori Londra per indagare sulla morte di un broker. Il suo corpo è scomparso ed il caso sta per essere archiviato. Ma nella fattoria, tra porte chiuse con mille lucchetti e segreti inconfessabili potrebbe nascondersi la verità.  

Tematiche complesse si vanno ad intersecare in un miscuglio morboso di ansie. La religione utilizzata come stile di vita, la bibbia come unico codice, partoriscono incubi. Lo abbiamo già visto, e in questa storia non è troppo dissimile. Non c’è una spiegazione per quello cui assistiamo a parte, sul finale, l’occhio del cane, che mi lascia davvero brutti pensieri.  

Ma al di là di quello che accade la profondità della storia porta ad una dimensione che ti strozza, ti sfila via l’aria. E solo la genialità di usare Groucho sul campo per una volta, incapace di lanciare la pistola, ma lo smartphone sì!, fa tutta la differenza del caso.  

Si tratta di un volumetto molto bello, intenso, morboso, emozionante.  

Un turbinio di elementi che non possiamo ignorare man mano che sfogliamo la storia e scopriamo cosa succede. La sperimentazione tuttavia, è quello che rende davvero libero questo personaggio. Svincolato da canoni, e disgiunto dalle aspettative di chi legge. 

Ottimo lavoro.  

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